Il Venezuela s’infiamma

aprile 10, 2013

In alcuni condomini di Prados del Este gira di porta in porta una lettera. E’ un quartiere residenziale di Caracas, in gran parte anti-governativo. Le missive recapitate agli inquilini invitano a fare scorte di olio in vista delle elezioni di domenica 14 aprile. Perché? Per «difendersi dalle orde chaviste» nel caso attaccassero gli edifici. Come? Facendolo bollire e lanciandolo dall’alto.«Anche ad ottobre, per le ultime elezioni con Chávez vivo, l’hanno scritta  – racconta a Lettera43 Carlos, architetto quarantenne che non nasconde le sue simpatie chaviste – Invitano anche a tenere sotto mano pietre e fionde. Sono patetici, isterici e patanes». Li chiama così Carlos, grezzi. E non c’è peggior insulto per venezuelani di classe medio-alta, come gli abitanti di questi edifici di Prados del Este. Il fatto è che loro hanno paura e si sentono alieni in un Paese governato da gente sbucata dai ranchos, dai suburbi.
Gli insulti si sprecano  e molti sono a sfondo sociale e di classe. Succedeva sempre quando Hugo Chávez era in vita. Oggi, sgombrato il campo dal suo corpo massiccio che ammaliava e suscitava odio, siamo già nel post-chavismo. Ma è una strada ancora tutta da scoprire. Resta un impressionante astio sociale, così forte da alimentare fantasmi da resa dei conti.
Un assaggio lo hanno vissuto martedì 9 aprile i giovani dell’opposizione riuniti in presidio in un parco di Chacao, nel cuore della città. Un corteo di motorizados  i gruppi di bikers che tutti temono, li ha circondati lanciando pietre e bottiglie. E’ dovuto intervenire  il Ministro degli interni, per condannare l’accaduto e tentare di sedare un po’ gli animi.
Oltre alle orde, l’altra ossessione è il black out. Solo due giorni fa ne ha parlato lo  stesso presidente incaricato, già vice di Chávez, Nicolás Maduro: «sappiamo – ha detto in un comizio – che qualche settore dell’opposizione sta preparando un black out generale del paese prima della sconfitta elettorale».
I «sifrinos», come li chiama lui, cioè i ricchi e sofisticati venezuelani o «los de los apellidos», cioè quelli dai cognomi che pesano, riferendosi al suo avversario Henrique Capriles Radonski, non riconoscono la minima legittimità a Maduro. Per loro resta un conducente di bus, arrivato ai vertici dello Stato in questo bislacco tornante della storia. Capriles lo chiama solo per nome, «Nicolás». E sempre gli ricorda di non essere nessuno. Anzi, lo ripete così tante volte che è diventato un video-rap che impazza in rete o una gag che fa ridere il pubblico delle trasmissioni tivù molto pop come lo show di Luis Chataing  su Televen, dove Capriles è appena stato ospite. Qui, però, ad un certo punto il candidato dell’opposizione si è fatto serio: «Mai avrei immaginato di misurarmi con qualcuno che non fosse il presidente Chávez». Il suo tentativo è di creare un vuoto tra il defunto e l’attuale capo di stato, e di quest’ultimo di smascherarne la mediocrità.
Così, quasi da colpo pubblicitario,  i baffi folti e neri di Maduro sono diventati quasi il logo della sua campagna elettorale. Se li appiccicano tutti, uomini e donne, nei cortei che ogni giorno stanno gonfiando le strade del Paese. Compaiono sui poster e sulle riproduzioni con Marilyn e la Gioconda e qualunque personaggio famoso.
«Ma non basta un paio di baffi, per fare di un conducente di metrobus un presidente», mastica amara la signora Ana Laura. Ci racconta di aver convinto il marito, un impresario con aziende agricole fuori città, a commissionare un’opera da un pittore di cui le sue amiche le avevano parlato molto. «Lo abbiamo persino invitato a casa – dice, sorseggiando il suo caffé in un locale di Chacao– gli avremmo dato un’intera parete. Ma un’amica su facebook ha visto i suoi orribili commenti chavisti. Ho avvisato mio marito e lui lo ha liquidato. Non vogliamo aver a che fare con loro».
Il pittore chavista che abbiamo rintracciato: «Scrivi che sono Daniel, non voglio mettere altra benzina sul fuoco – dice – Ormai non lavoro quasi più a Caracas. Per le loro gallerie sono out. Per fortuna ho molte commissioni  negli Stati Uniti o in Colombia. Io comunque mi vergogno di questa parte del mio Paese».
«Odio i chavisti non perché chavisti, ma perché sono poveri», aveva scritto in twitter Ricardo Koesling, del piccolo partito Piedra, ultras dell’opposizione, che nel 2002 si era distinto nell’assalto all’ambasciata cubana. Sarà pure un personaggio marginale e pittoresco,  ma sa di parlare alla pancia di molti settori antichavisti.
«Lui ha come rivelato una verità taciuta – racconta a Lettera43 il poeta ed accademico Censo Medina, riferendosi a Koesling –  Per molti, twitter è il divano su cui conversano a voce alta e interpretano il loro razzismo sociale». Ma la morte del comandante non ha cambiato nulla? «Il chavismo ha politicizzato i poveri, li ha riconosciuti come parte del paese – dice Medina – Per questo, qualunque forma prenderà, questo movimento sopravviverà alla morte di Chávez. E’ prima di tutto una comunità sentimentale. Una cosa che il Venezuela non aveva mai visto».

Lettera43.it

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