Caracas, tutti vogliono l’oro nero

aprile 13, 2013

Sul pronostico tutti concordano. «Con un largo vantaggio nelle inchieste, ci si aspetta la vittoria di Nicolás Maduro, che probabilmente continuerà nella tradizione di Hugo Chávez». L’ha siglato per tutti James Clapper, direttore dell’intelligence di Washington, durante un’audizione al Congresso. La notizia è rimbalzata giovedì 11 aprile, nel giorno di chiusura della campagna elettorale, che ha visto Caracas invasa da una marea roja, il rosso dei militanti chavisti.
Ma l’interessamento americano non sembra disinteressato. Stiamo parlando del più inquieto dirimpettaio degli Stati Uniti e del paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo. Secondo la Pdvsa, la petrolifera di stato, le riserve certificate di greggio si aggirerebbero attorno ai 297 mila milioni di barili, cioè molto più di quello che ha l’Arabia Saudita. L’Opec, l’organizzazione di paesi produttori, ha rivelato che nel gennaio di quest’anno il paese ha estratto attorno ai 2 milioni 766 mila barili di petrolio al giorno.
Nonostante i rapporti tesi, le accuse di destabilizzazione e gli stracci volati anche di recente con l’espulsione di due diplomatici nordamericani il giorno stesso della morte di Chávez, Caracas e Washington sono due partner commerciali inseparabili. E la stabilità del paese sudamericano, socialista o meno, è una priorità per gli Stati Uniti e non solo per loro.
Il Venezuela è il terzo fornitore di petrolio per le industrie yanqui, dopo Canada e Arabia Saudita. Da parte sua, il paese sudamericano importa almeno 197 mila barili al giorno di benzina, secondo la EIA, l’agenzia di informazione ambientale Usa. Un import che è andato crescendo nell’ultimo anno, dopo l’esplosione nell’enorme raffineria di Amunay, che si stima riesca a lavorare ora solo al 55% delle sue potenzialità.
Una relazione bipolare, quella tra i due dirimpettai, che si annusano sempre, a volte si abbaiano e ma sanno che è vitale tenersi stretti. Per cui, le parole di James Clapper suonano persino come un augurio a Maduro: nessuno a Washington vorrebbe un Venezuela destabilizzato. «Credo che questo sia un paradosso verosimile – riflette per Lettera43 Martin Granovsky, editorialista del quotidiano argentino Pagina/12 e uno dei più attenti analisti delle relazioni latinoamericane – Tuttavia, è da tener presente che la diplomazia Usa è plurale e che ogni dipartimento si muove spesso con sfumature e sentieri molto diversi».
E’ pur vero che la strategia chavista è stata in questi 14 anni quella di sottrarsi all’abbraccio e alle sfide dell’egemonia di Washington. Così, anche l’export di petrolio è diminuito verso il nord del 46%, secondo la EIA, passando dai 1,773 milioni de barili al giorno ai 952 mila del 2012. Una diminuzione dovuta anche alla scelta Usa di diversificare i fornitori (comprando di più da Colombia, Kuwait e Brasile) e di scommettere su altre fonti energetiche.
«L’altro corno del paradosso è che la diplomazia di Chávez con gli Usa si è rivelata realista e pragmatica, riducendo la dipendenza ma senza mai rompere», se la ride Granovsky. Lo sguardo della dirigenza chavista si è spostato a sud, verso il resto del continente: da qui la decisione di entrare nel Mercosur, la creazione dell’Alba (l’associazione di stati affini ideologicamente) la creazione della Celac, la comunità economica latinoamericana. «L’obiettivo è di creare processi di integrazione, in grande sintonia con Brasile ed Argentina – sottolinea il giornalista argentino – In questo senso le schermaglie sulla leadership in Sudamerica, come sono raccontate dalla stampa europea, qui fanno sorridere».
Resta comunque il fatto che la diplomazia petrolifera chavista è stata un’invenzione ben oliata in questi anni, per tessere relazioni, scambi ed alleanze nello scenario latinoamericano. «Il prezzo altissimo del greggio ha gonfiato le casse e la tecnologia ha aumentato le possibilità estrattive: il nostro petrolio è stato la locomotora del Caribe – dice a Lettera43 José Luis Méndez, una delle firme prestigiose del giornale di opposizione El Universal – Così, lo scambio con Cuba di servizi, di vario tipo, medico-sanitari, sociali, di sicurezza contro petrolio, si è gonfiato, molto più che l’affinità ideologica. E’ evidente che Venezuela non avrà mai un socialismo alla cubana».
Il problema è che, mentre il commercio Usa fornisce liquidità e in valuta pregiata, questo con i paesi amici diventa un problema di cassa. I crediti all’1% da saldare ventennali, in cambio di vestiario, caffé e carne dal Nicaragua o formaggio e carne dall’Uruguay non reggeranno a lungo. Inoltre, una recente inchiesta dell’agenzia Reuters ha scoperto che nello scambio con l’Ecuador di greggio contro combustibile, almeno un terzo del materiale raffinato fornito da Caracas era prodotto di importazione. L’agenzia ha stimato queste triangolazioni, tra il 2009 e il 2011, in 1000 milioni di dollari. E’ questo il fianco più scoperto per il chavismo, anche se tenta di rivendicarlo ideologicamente sotto le denunce dell’opposizione.
La Cina, infine, è l’altro attore che si muove sullo scacchiere latinoamericano con grande aggressività. Assetata di greggio, Pechino fornisce al Venezuela una montagna di finanziamenti, garantiti da approvvigionamenti petroliferi. Il 62% dell’export venezuelano verso il paese asiatico è petrolio e il 27,5% suoi derivati. Un giro d’affari che si calcola attorno ai 18 miliardi di dollari, 24 volte più di 10 anni fa e rafforzato da continui accordi commerciali, 19 solo nell’ultimo anno.
Ma la forza d’urto cinese ha investito tutta la regione, dove si registra un business triplicato nell’ultimo quinquennio. Così, anche nel caso improbabile che il candidato dell’opposizione entri a Palazzo Miraflores lunedì 15 aprile, non cambierà di molto la sua diplomazia verso il gigante asiatico, tanti sono i legami vitali e di così imponenti dimensioni.
«Il fatto è che Chávez aveva chiari i suoi obiettivi. Aveva una visione – si dice amaro José Luis Méndez – Ma il gruppo dirigente che ha lasciato saprà reggere il Paese? O ci troveremo senza Alì Baba ma solo con i quaranta ladroni? Ci aspetta una transizione lunga e difficile».

Lettera43.it

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