politica

Venezuela, i risultati incendiano il paese

E’ tutto più complicato, adesso, in Venezuela. Dalle elezioni del 14 aprile è uscito un Paese diviso in due parti uguali che si detestano apertamente. Conteggiati anche i voti dei residenti all’estero, il risultato non è cambiato e 24 ore dopo la chiusura delle urne, Nicolás Maduro Moros, il delfino di Hugo Chávez, è stato insediato a Palazzo Miraflores.
Nessun riconteggio dei voti è stato autorizzato dal Consiglio Nazionale Elettorale (Cne). La presidente, Tibisay Lucena ha chiuso la porta, ricordando come il sistema elettorale sia tutto elettronico e che le ricevute cartacee servono solo come controprova. Di prassi si controlla subito il 54% delle schede, ma «rivedere anche il rimanente non avrebbe senso, non cambierebbe niente», le ha fatto eco anche Vicente Diaz, l’unico rappresentante al Cne vicino all’opposizione, che all’inizio aveva sostenuto la richiesta di riconteggio.«Nessun agguato, minaccia o intimidazione potrà spaventare il Cne», ha ribadito Lucena, che ha chiesto di attenersi alla Costituzione. Henrique Capriles Radonsky, il candidato sconfitto, pur ribadendo la certezza di aver vinto la tornata elettorale, si rivolto ai suoi: «è ora della ragione, non delle emozioni». C’è un senso di smarrimento, ora, tra le file dell’opposizione, e tutti attendono il da farsi, a parte i gruppi più radicali che già si sono affrontati con la polizia nei quartieri bene di Piazza Altamira a Caracas.
Ma è tutto il paese che sembra quasi sorpreso da se stesso. Di sicuro c’è la netta sensazione che qualcosa si sia rotto. Sono cambiate le dosi di paura ed euforia che finora governavano le due parti del paese. Di sicuro, non è scattato quel «trasferimento sentimentale», di cui parlava l’analista politico José Luis Méndez, parlando con Lettera43 alla vigilia del voto. L’emozione popolare per la morte di Hugo Chávez non si è tradotta in un’ondata di voti per il suo vice.
«Ora che abbiamo un leader, finalmente, non facciamocelo scappare, né lasciamolo solo con i vecchi della quarta repubblica», ci confida Rori, un giovane militante anti-chavista. Lui, Henrique Capriles, testardo, battendo città per città, quasi senza voce, sempre più magro, flaco, come lo chiamano, ha davvero sorpreso tutti, persino i suoi. Non pochi, al Comando Bolívar, non avrebbero scommesso un centavo su questo giovane governatore di Merida, che aveva accettato di gettarsi in una mischia elettorale ritenuta già scontata e di soli dieci giorni.
Invece «ha fatto una campagna spettacolare – ha commentato Luis Vicente Léon, a capo di Datanalisis, l’agenzia di sondaggi – migliore che ad ottobre scorso, perché era capace di aggredire i problemi». Lo si vedeva nei suoi comizi, Capriles, molto più sciolto, incalzante, senza timore. Ora ha un compito non semplice. Dovrà saper guidare metà paese che è quasi maggioranza, evitando lo scontro frontale. «Eppure, lui stesso a Merida ha vinto per pochissimo e l’avversario ha riconosciuto la sconfitta. Per caso i loro voti valgono più dei nostri?», riflette arrabbiata per Lettera43, Mercedes Chacín, capo-redattrice di Ciudad Caracas, il free-press filo-socialista. che però aggiunge: «La decisione spetta al Cne, però io il riconteggio lo farei, per non lasciare dubbi».
Lei ammette anche che qualcosa si è incrinato nel popolo chavista, «forse è solo frastornato dalla scomparsa fisica di Chávez», dice. O, in realtà, una diffusa delusione è riuscita ad esprimersi. Fatto sta che dal 2006 al 14 aprile di quest’anno, l’opposizione ha quasi raddoppiato i voti, rastrellandone 3 milioni in più dai quattro di allora. Ed oggi è ad un passo dal voto in più che serve per entrare a Palazzo Miraflores. Oggi quel voto lo ha strappato Maduro. E per ironia della storia, bisogna tornare ai presidenti più odiati dai chavisti, quelli della IV repubblica, per trovare un precedente: per 180 mila voti vinceva nel 1978 Luis Herrera Campins e per soli 30 mila Rafael Caldera nel 1968.
Il problema ora è come calmare gli animi. Il nuovo presidente ha mostrato dopo la proclamazione alcune foto di sedi del suo partito incendiate da militanti dell’opposizione, durante la giornata elettorale e ha accusato Leopoldo Lopez, uno dei dirigenti, di essere il mandante.
Dall’altra parte, voci di brogli e di minacce si ripetono come un mantra. La rete ha fatto da cassa di risonanza come mai prima d’ora, in un paese dove chiunque twitta, dal Presidente alla casalinga di barrio. Allo stesso modo, in facebook continuano a girare i video postati da utenti in giro per i seggi, sotto cui in centinaia commentano, litigando ed imprecando. Si vedono gruppi chavisti di motorizados, i bikers, che irrompono di fronte al Collegio Cervantes in Las Palmas o al Collegio Coromoto di Guatire, con slogan e musiche a favore di Maduro. Oppure il video-amatoriale girato nella scuola elementare Nazaret, a Mara, nello stato di Zulia, dove un militante socialista accompagna e aiuta una donna a votare. Di video su “voti assistiti” se ne contano a decine e non tutti verificabili, però girano veloci e suscitano indignazione e proteste. Poi ci sono quelli eclatanti: «nel quartiere Montalbàn, a sud-ovest di Caracas – ci informa Juan, attivissimo in questi giorni in rete – un uomo è stato arrestato per avere con sé quaranta carte di identità di altrettanti sconosciuti, tutti portatori di handicap, arrivati al seggio assieme ad un deputato chavista».
Monitoreo Ciudadano, una piattaforma di monitoraggio sui media, ha denunciato che la statale Venezolana de Television (VTV) ha dedicato in questi dieci giorni ben 70 ore a Maduro (di cui 5 in silenzio elettorale) e solo 23 minuti a Capriles. Da parte loro i chavisti puntano il dito su tivù e giornali privati, tutti schierati con l’opposizione oppure «le telefonate con finti questionari e domande trappola che dal Comando di Capriles hanno fatto il giorno prima, nei quartieri che ritenevano più in bilico», ci racconta Mariana, una funzionaria comunale di Catia.
Ora girano voci che «all’interno del paese abbiano già buttato casse con materiale elettorale, per pulire le prove della frode», si dice sicuro Leo, un giovane impiegato, che “posta” foto di camion militari pieni di scatoli di urne. «Sono quelle delle loro primarie», ribatte Francis, «fate girare», aggiunge. Così, tutto ricomincia a gonfiarsi di sospetti e tensione.

Lettera43

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