Luisa Valenzuela. Alla scoperta di una maschera sarda

aprile 27, 2013

Setaccia, impasta e fa fluire storie, Luisa Valenzuela, nel modo rigoroso con cui scriveva le sue cronache per la rivista Crisis, negli anni del terrore di Stato. Argentina, classe 1938, ha più di 20 libri al suo attivo. Fuggita nel 1979, si è stabilita negli Usa, prima con una residenza e poi ad insegnare letteratura alla Columbia University. E’ tornata a Buenos Aires dieci anni dopo, «quando credevo che tutto sarebbe stato migliore – dice – e invece ho dovuto convivere con Menem e vedere il Paese precipitare nell’abisso del 2001».
Quando la incontriamo a Venezia, ospite del Festival di letteratura Incroci di civiltà, organizzato dall’Università Ca’ Foscari, lei ci porta indietro nel tempo, sulla punta dei ricordi o tra le pagine di finzione, entrando ed uscendo da luoghi opachi, fatti di Storia e di miti, di personaggi che si fanno strada dentro un linguaggio denso ed ironico. Così è per il suo ultimo romanzo, La máscara sarda, uscito qualche mese fa in Argentina (Seix Barral, pagg.240), e non ancora tradotto in italiano, dove indaga il segreto di Juan Perón, quello delle sue origini, che si vorrebbero addirittura in Sardegna.
Ma è impossibile non cominciare dal papa argentino e dai fantasmi che porta con sé: «Quello su Bergoglio è un argomento difficile – si fa cauta Luisa Valenzuela – Io credo nel perdono cristiano. E così uno può perdonargli molte cose. Aiutò anche molta gente. Altri li ha abbandonati, isolati e alla fine furono denunciati e questo lo segna. D’altra parte seguiva le direttive della Chiesa».
Anche in questo caso, valgono le parole cui sei affezionata, «carenza» e «ambiguità».
«Il problema è il solito: dove sta il demonio? E, come abbiamo visto lungo tutto il secolo, per la Chiesa il problema è sempre stato a sinistra, non a destra. In Argentina, come con nell’Europa di Pio XII, il silenzio è stata la regola. La Chiesa fu complice della dittatura, a parte qualche sacerdote e qualche vescovo isolati che si sacrificarono o furono assassinati».
Secondo te, il Papa dovrà dire qualcosa su quella pagina di storia?
«Io credo che lo farà. E’ pur sempre un gesuita. Ma quello che gli chiediamo è di togliere il secreto sugli archivi dei desaparecidos, che tuttora il Vaticano custodisce, come ha rivelato Wikileaks. Io credo, comunque, che è tempo di riconciliarsi. Cristina, la presidenta, è venuta a Roma per incontrare Bergoglio. E’ stato un bel gesto. D’altra parte, anche lui ha sorpreso tutti. Ha portato qui i gesti semplici e lo stile di vita che faceva a Buenos Aires. Come dire, è un populista un po’ di destra con la simpatia tutta argentina».
Le ferite sono, tuttavia, tutte aperte. E’ il caso dei processi a militari e a civili complici…
«Sì, ed erano pure cominciati – per poi subire un gran freno, purtroppo – i processi per i fatti antecedenti la dittatura, i crimini della Triple A. Ed è là l’inizio vero del terrorismo di stato».
A tuo parere si può parlare di una complicità di massa della società argentina?
«Non arriverei a definire la società civile complice nel suo complesso. “Complicità” mi sembra troppo forte. Ma indifferente sì. C’era come una negazione freudiana: mentre si dispiegava il terrore, ci si appartava e ci si negava a vederlo. Era come un sistema di difesa, anche se il rischio poteva essere persino maggiore che non il fatto di stare lucidi e vigili».
Questa sensazione ricorre molto nei tuoi romanzi.
«Sì, è il tema che affronto ad esempio in Noir con argentini [Perosini Editore, 2002, pagg.184]. La storia mi è uscita così, senza rendermene conto. E’ il racconto di un uomo che ha ucciso una donna senza sapere perché. Cerca di ricordare e gli tornano in mente situazioni dell’epoca della dittatura. Tanta gente non parlò. La paura ti zittisce e poi ti ammala. Questo è comprensibile».
E tu come li hai vissuti quegli anni orribili?
«Lavoravo alla rivista Crisis, ero di sinistra, ma non ero una militante. Avevo amici attivisti, li ho aiutati a fuggire, li nascondevo. Io poi me ne sono andata nel 1979, ho passato davvero gli anni peggiori in Argentina. Mi cercavano, mi inseguivano, scappavo, tornavo».
Hai detto che la tua «è una ricerca dentro il linguaggio». Significa che è anche una ricerca di verità?
«Il problema forse è quella parola, “verità”. Cosa può dire di “vero” il linguaggio? Come può pretendere di dirlo? Non credo esista una verità univoca. C’è invece un avvicinarsi a qualcosa. Ma per raccontarla devo entrare in terreni dalle sfumature ambivalenti. Una volta, una rivista ha chiesto a vari scrittori il loro epitaffio. Allora scrissi: “Qui giace Luisa Valenzuela, che tanto ha voluto scavare dentro il linguaggio. Che ora faccia qualcosa di utile, scavando la terra” [ride]
Questo dell’ironia è l’altro tasto che tu ami utilizzare, anche nelle situazioni più drammatiche.
«Raccontava Miguel Bonasso [giornalista, militante Montonero ed ex-deputato, n.d.a.] in Diario de un clandestino, che in piena resistenza scherzavano molto, si prendevano in giro. Dovevano farlo, per sentirsi vivi. Noi facevamo lo stesso. Io ricordo che avevamo codici per comunicare fra noi. Se un amico attivista voleva incontrarmi per passarmi dei documenti, mi diceva: «Ci vediamo alla pasticceria dell’Opera alle 15». Io sapevo che mi stava dicendo: «Alla pasticceria Augustus alle 12.15». E se non arrivava entro mezz’ora, dovevo andarmene via svelta. Avevamo tantissime di queste “chiavi”. Solo così potevamo sentirci attori protagonisti e non povere marionette guidati da altri. Alla fine erano una necessità e un gioco».
E questo lo utilizzi anche nei tuoi romanzi.
«Certo. Allora, facevamo un sacco di giochi di parole. Scrivendo pagine tragiche su quegli anni, spesso mi capitava che mi uscisse una situazione scherzosa, una parola con il doppio senso. Mi dicevo: «Sei diventata pazza». E invece, no. Alcune non le ho messe. Altre sì, perché davvero erano parte di questa strategia di sopravvivenza, vera, non letteraria. L’umorismo cura, sana, salva. Noi non ci siamo giocati la vita. Ma abbiamo giocato, sì, dentro la vita».
E questo ti rende anche poco classificabile…
«Per questo risulto tanto incomoda in Argentina. Non riescono ad incasellarmi. Oggi c’è per fortuna una nuova generazione di scrittori, giovani, post-dittatura, molto interessanti, che hanno portato una boccata di aria fresca. Eppure continuo a pensare al fatto che durante il regime si sia scritto così poco. C’è un silenzio di quegli anni che mi spaventa sempre. Prima del golpe, con la Triple A, vivevamo una violenza eclatante, pubblica, per strada: spari, gente inseguita, macchine private che si trasformavano in volanti della polizia, tiravano bombe, arrestavano d’improvviso una persona che ti stava vicino. E poi d’un tratto, con il golpe del ’76 tutto è diventato silenzio. Era fantasmatico».
In tutto questo, è nato il tuo libro su Juan Perón.
«Tutto è nato da un viaggio in Sardegna, al carnevale mitico di Mamoiada. Sono un’appassionata di maschere e non ho mai visto niente di simile. Là, il presidente della Pro-loco mi ha chiesto: «Lei sa che Perón in realtà era italiano?». Sono caduta dalle nuvole. E lo stupore è diventato grande quando mi ha mostrato una copia dell’Unione Sarda del 1951, che già ne parlava. E, così, mentre nel profondo della Sardegna per decenni hanno investigato su questo e credono si chiamasse Giovanni Piras, in Argentina non sapevamo nulla. Niente era trapelato».
E cosa ti ha colpito di più?
«Le tante coincidenze e contraddizioni, le zone d’ombra e le parole stesse di Perón, nel racconto autobiografico raccolto da Enrique Pavón Pereyra: «Come se avessi giocato con il destino una posta magica, sono riuscito a conservare fino ad oggi l’origine della mia nascita, come un profondo segreto». Non volevo fare un’inchiesta giornalistica, ma un romanzo. E la storia mi è uscita lenta e chiara. L’ho ambientato a Madrid, alla vigilia del ritorno di Perón in Argentina, nel giugno 1973. Ho ripreso il personaggio del mio libro precedente, Cola de lagartija [Editorial Bruguera, 1983]: è il segretario personale di Perón, José López Rega, el brujo, lo stregone, il braccio destro sanguinario che finì per costruire la follia della Triple A».
Gli ingredienti c’erano tutti.
«La grande storia, i segreti privati, il rapporto ipnotico tra i due, l’isola dall’altra parte del mondo, l’esoterismo folle di López Rega e le maschere ancestrali. A me interessava indagare il mito peronista, la costruzione immaginifica e reale del suo potere. E, allo stesso tempo, fare i conti con quel tabù: il silenzio costruito sulle origini di Perón. Un silenzio che tuttora serbano avversari e fedeli del peronismo. Ed è per questo che continuerò a lavorarci».

Alias/il Manifesto

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