Il padiglione degli internauti

maggio 11, 2013

Il popolo di internet, alla Biennale di Venezia, ha pure un padiglione nazionale, anche se non ufficiale. E i suoi curatori si aggirano alla Digital Week, in corso all’Università Ca’ Foscari. L’idea è venuta nel 2009 a Milos Manetas, visionario artista greco e globe-trotter incontenibile, affascinato più che dalla tecnologia, dalla relazione inquieta e a volte inquietante che c’è tra l’umano e il mondo virtuale.
Due Biennali fa, Manetas aveva trasformato il Padiglione in una base della Pirate Bay, una zona temporaneamente libera, un vero flusso di creatività, considerato però dalle istituzioni un passo fuori dalla legalità, che così gli hanno tolto l’appoggio ufficiale. Quest’anno Manetas vuole capovolge la questione: chi sono tutti quelli che non sono connessi ad internet? in quale esodo tecnologico vivono? E quanta solitudine virtuale soffrono? Francesco Ragazzi e Francesco Urbano hanno cercato di venire incontro alle domande provocatorie dell’artista, che inagurerà alla Chiesetta di San Ludovico il 29 maggio: «Abbiamo fatto un call in Facebook chiedendo di fare da delatori e di segnalarci chi non ha alcun approccio o connessione internet. In un mese abbiamo raccolto almeno 100 profili: sono bambini o vecchi, ricchissimi professionisti che fanno fare il lavoro sporco agli altri o gente poverissima che è fuori dal mondo degli internauti». Per necessità o per scelta, questi eremiti del web rappresentano in realtà la maggior parte del mondo. Solo il 21% ha una connessione internet. In Europa un terzo non è connesso. Da qui l’idea di Manetas di rimpicciolirsi nel buio della sua intimità pittorica. Non ci sarà niente di high-tech o digitale.
«Il problema, però, resta quello di definire a cosa siamo connessi – prova a riflettere Cristiano Seganfreddo, alla guida del progetto Marzotto e direttore scientifico di Corriere Innovazione – Ai codici di programmazione o ai codici del contemporaneo? Si può vivere a Nairobi o a Mazzorbo, ma sentersi, in entrambi i luoghi, isolati e sconfitti o in sintonia con la velocità del mutamento».
L’esistente si dilata e si piega tra reale e virtuale. E il mondo dell’arte e della cultura amplificano mutamenti e riproducono visioni. Per questo la provocazione di Manetas tra chi è dentro e fuori Matrix «ha la forza della metafora», come dicono i due giovani curatori. Ed ha anche il sapore di un monito, sembra suggerire Angela Vettese, presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa: «lo spazio virtuale nasconde anche processi autoritari, dove imprese veicolano, scelgono e gerarchizzano informazioni per noi». Anche per questo, sottolinea la docente, «oggi un artista non è considerabile indipendente se non è in grado di gestire i software o di riconoscere come co-autore il programmatore».
Niente, meglio che le fabbriche di cultura e di immaginari, riesce a svelare trappole e zone d’ombre, conflitti e illusioni, che la tecnologia, soprattutto digitale ed informatica, nasconde. E la velocità delle innovazioni è così forte da mettere a dura prova le strutture museali, l’idea stessa di spazi e linguaggi espositivi, di comunicazione e percezione. Secondo Giuseppe Barbieri, docente a Ca’ Foscari, «siamo come di fronte all’idea geniale di Tommaso Puccini, che gli anni ’70 del ‘700 cominciò a mettere sotto le opere degli Uffizi il cartellino con nome dell’arista, titolo dell’opera e data. Una rivoluzione».
Anche oggi, dicono gli esperti che si alternano nei talk del Digital Week, siamo ad un punto di svolta. Prendiamo il caso della Collezione Peggy Guggenheim. Maria Rita Cerilli, a capo del press office, parla di «experience» con il pubblico, «che deve respirare la sensazione di essere a casa di Peggy, di sentirla parlare attraverso twitter, di attraversare le sue stanze». Così, in twitter girano le frasi tratte dalla sua autobiografia o i video nel canale youtube dedicato, «un intero sistema di comunicazione “many to many”», come un coro permanente di voci in entrata e in uscita da Ca’ Venier dei Leoni.
Si sperimenta anche nelle collezioni Pinault di Palazzo Grassi e Punta della Dogana: qui si è adottato, ad esempio, il progetto della Tate Modern di Londra, “Turbine Generation”, che ha creado una piattaforma stile Facebook, rivolta alla comunità di galleristi, musei, scuole d’arte e trasformandola in una opportunità di lavoro creativo per centinaia di giovani.
«Gli strumenti digitali e i social media permettono di lavorare sui processi, sentirsi parte del backstage, vivere proprio un’esperienza – sottolinea Cristiano Seganfreddo – E’ in questo flusso di comunicazione e di azione che l’atto e lo spazio espositivo come l’abbiamo conosciuto è percepito come fallimentare». Per questo si punta ad affondare nella sensorialità. E qui che il digitale apre ed illusiona. Lo sanno alla Fondazione Venezia che sta organizzando l’M9, il Museo del Novecento a Mestre. Una struttura che punta all’avanguardia tecnologica e alla leadership in Italia. Per far questo deve affrontare anche tutti gli ostacoli, come i costi proibitivi delle sperimentazioni tecnologiche ed il loro tasso altissimo di mortalità (in alcuni settori esce per l’80% nel giro di 3 o 4 anni), la complessità dell’architettura ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), la scommessa sui software open source (in questo caso realizzati con il Cern di Ginevra, primo caso in Europa). «Vogliamo dimostrare che è possibile anche nel nostro paese realizzare un’istituzione culturale di nuova generazione, attenta ai costi, aperta ai nuovi talenti», spiega il general manager Guido Guerzoni.
Sfide, dunque. E mentre il virtuale sembra trascinare tutto dentro la sua bolla, resta solo il Padiglione della nazione più intangibile a ricordarci il mondo dei non connessi. Che è tutto umano.

Corriere del Veneto

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