Baryshnikov, ritratto di danza

maggio 14, 2013

«Quando penso a Venezia, il primo ricordo è uno spettacolo con Carla Fracci, credo nel 1975. Pioveva». Mikhail Baryshnikov indossa un paio di occhiali con lenti leggermente scure. E si vedono i guizzi dei suoi occhi grandi ed azzurri. Ogni tanto apre un sorriso, come per quell’aneddoto: «Ricordo Piazza San Marco piena di gente in silenzio, sotto gli ombrelli. Il palcoscenico era sconnesso e scivoloso. Avevo una tale paura, del tipo “Morte a Venezia”…Però l’emozione di ballare in quella piazza era incredibile».
E a Venezia ora è tornato, ma nella veste di fotografo, che ama narrare attraverso le immagini il mondo della danza.

Dal 27 maggio (con inaugurazione l’8 giugno) la Galleria di Stefano Contini accoglie infatti 34 scatti dai più recenti dei suoi viaggi fotografici. Una carriera da gigante nel balletto, le incursioni al cinema, poi il teatro e le foto e ancora, come produttore di giovani talenti, con il suo Arts Center a New York. Nato nel 1948 a Riga, inizi folgoranti al Teatro Kirov, nel 1974, durante un tour in Canada chiede asilo politico. E da lì spicca il volo.
Ma come è nata la passione per la fotografia?
«Un giorno, tanti anni fa, un mio amico mi ha dato un apparecchio e mi ha detto: fotografa tutto quello che vedi. Dopo qualche mese gli ho portato centinaia di scatti. La maggior parte era da buttare, ma alcuni erano belli. Ho ritratto persone e paesaggi, ma è soprattutto il mondo della danza che mi attira: le compagnie più importanti, come quella di Merce Cunningham che ho seguito per alcuni mesi, ma anche coppie di anziani tangueros, performer kabuki, volteggi di bachata o persino lap-dancers, che spesso sono eleganti ed impeccabili»
Lei ne ritrae sempre i movimenti, con un effetto molto pittorico.
«Sì, ho abbandonato presto l’immagine cristallina, preferisco le figure amorfe, il fatto di cogliere la gestualità, il mistero, provare ad anticipare i passi. A volte mi avvicino, a volte resto nascosto. Faccio molti scatti, li scelgo, ma non li lavoro, solo qualche dettaglio di luce. Ed è per questo che l’effetto risulta così pittorico. Non nego che molti maestri mi hanno ispirato, da Tiepolo a Bacon».
Di cosa si è innamorato della fotografia?

«Un fotografo può davvero catturare nel profondo una persona. La rende trasparente. Come ha detto una grandissima coreografa e danzatrice, Martha Graham, ‘il corpo non può mentire’».
A fine giugno si apre a Venezia anche la Biennale danza. Lei crede che la danza possa ancora esplorare percorsi inediti?
«Non potrò esserci in quei giorni, ma sono convinto che la danza, come altre forme d’arte, ha possibilità infinite di espressione. Poi ci sono delle fasi in cui è al top e altre in cui può dare meno. Ma ci sono molti danzatori e molti coreografi contemporanei bravissimi. E alcuni del passato inavvicinabili, penso a Nureiev o a Pina Bausch».
E’ impossibile non parlare del suo personaggio, il pittore russo in Sex&The City, che l’ha trasformata in un’icona pop…
«E’ stata un’esperienza molto interessante. I miei figli, quando l’hanno visto, mi hanno detto: ma sei stato così famoso? Come se avessi cose poco importanti prima… (ride) Oppure qualcuno mi ferma dicendo: ‘Lei è Aleksandr Petrovsky!’».

Corriere del Veneto

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