Quinn choc

maggio 27, 2013

Alison Lapper è incinta. Seduta nuda, il volto girato verso San Marco, sfodera una bellezza quasi altera, sostenuta da tutta quell’aria che la tiene in tensione. Anche Thomas Beatie è colto nel momento della sua gravidanza. In piedi, di marmo bianco, il suo ventre prominente su cui appoggia le mani e il suo sorriso dietro un filo di barba. La prima è una donna focomelica, la seconda ha interrotto solo per nove mesi la sua transizione al maschile, per dare alla luce il suo bambino.
Sono i corpi di Marc Quinn. Quelli che la Fondazione Cini sta ospitando a Venezia, nell’isola di San Giorgio (fino al 29 settembre), assieme a conchiglie giganti di bronzo, fiori inverosimili, feti di marmo e sfondi di carne cruda.
Il bios è la zona in cui affonda le mani il talento inglese, che nel 1997 rubò il sonno di pubblico, galleristi e critici, con il suo Self, un autoritratto scolpito (otto anni prima) in un blocco di 4,5 litri del suo sangue ghiacciato. Era la mostra della scuderia Saatchi, la Young British Artists, alla Royal Academy di Londra. Successo e shock. Quel ritratto lui lo rifà, da allora, ogni cinque anni e ogni volta per cinque mesi mette da parte il suo sangue. Splendido esempio di come lavorare sugli orli concettuali ed estetici. E simbolo della lunga investigazione che durante tutti gli anni ’90 è stata compiuta sul corpo da parte di artisti visivi e performer, teatranti e danzatori. «Una ricerca che non è finita, ma che è ancora da percorrere», sottolinea Quinn.
Lo si capisce anche in questa occasione, dove porta 50 opere, di cui 15 inedite, tra disegni, sculture, installazioni, oggetti, dipinti. Nelle sue rotte di esplorazione, Marc Quinn coglie corpi nell’attimo in cui si tuffano nell’acqua e li riproduce olio su tela, iperrealisti, là Dove il tempo crea lo spazio. Oppure incrocia corpi in transito, come Buck & Allanah, in cui il maschile e il femminile si confondono e si sovvertono. O incontra la bellezza focomelica che lui fa brillare in otto pose classiche di marmo bianco; oppure la gonfia gigante, come la Alison Lapper, già simbolo paraolimpico nella Trafalgar Square del 2005, «perché quella è la scultura di un’idea – dice l’artista brit, con il suo tono lieve – Ed è pure un monumento al futuro, visto che l’ho raffigurata incinta, pronta a dare vita».
E’ questa ricerca sulla vita, dunque, che lo assilla. Vita cruda, come le manciate di carne a pezzi che riproduce marmorizzate sulle tele e su una vi stende la modella (anche lei incinta) Lara Stone. O, infine, le conchiglie enormi, ricostruite nei dettagli, poste sulla fondamenta vicino all’acqua per ritornare alla marea. Conchiglie come archetipi della vita, perfettamente simmetriche, custodi di una storia ancestrale, dentellate dai gironi del tempo e in questo modo «connesse alla natura umana di cui sembrano quasi le matrici», dice l’artista inglese.
L’umano ha la sua impronta sulle dita. E lui la mette in bronzo, con tutte le sue linee, irriproducibili ed uniche, «tra il figurativo e l’astratto – sottolinea – e che rinvia a tutte le forme di controllo» biometrico, sociale e legale.
Ma qui è inevitabile scontrarsi con i codici dell’ordine, che producono sottomessi ed esclusi. Lui vi ci poggia gli occhi e ne fa un ciclo di iridi su tela, su cui sovrappone pagine di mappamondi in controloluce, quasi una geografia della paura. Quell’ordine ha le sue icone orribili, come il prigioniero di Abu Ghraib, in piedi e con le dita legate ai fili dell’elettricità, che Quinn ci riporta in un bronzo nero. E’ incappucciato, quell’anonimo prigioniero della civiltà, come incappucciati sono zombi e lumpen sbucati dai suburbi, e magari dietro lasciano la città in fiamme, come fosse quello il vero momento de La creazione della storia.

Corriere del Veneto

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