Don Caputo contro Marc Quinn

maggio 30, 2013

«Ci ha lasciato tutti sorpresi», dice don Gianmatteo Caputo. Il riferimento è ad Alison Lapper, l’enorme installazione di Marc Quinn, sul sagrato della Basilica di San Giorgio. Dice «sorpresi», ma forse vorrebbe dire arrabbiati. In Patriarcato sembra girare un forte imbarazzo per quella donna focomelica, nuda, le gambe delicatamente aperte, priva di braccia, lo sguardo verso San Marco.
«L’impatto è forte, in molti sentono disagio – prova a spiegare il direttore dell’Ufficio Beni culturali – E comunque non si capisce il senso». In molti, insomma, si sentirebbero smarriti passando di fronte a quella figura di donna.Marc Quinn parla di «un’altra bellezza, fuori dai canoni» e di un «inno al generare vita, ai limiti del possibile», ma in Patriarcato devono aver sobbalzato. I toni sono bassi, le parole misurate, ma si capisce che Alison Lapper è diventata inopportuna. E che non sia una questione secondaria, lo si intuisce dal fatto che i frati benedettini, titolari della Basilica, si rifugiano in un no-comment ed anzi fanno sapere che stanno valutando con il Patriarcato la situazione.
Certo, Alison non è seduta su suolo ecclesiastico, quello è pur sempre proprietà della Fondazione Cini. Formalmente «non abbiamo alcuna responsabilità – sottolinea don Caputo – Eppure, possiamo dare la nostra valutazione: c’è una totale mancanza di coerenza con lo spazio». Significa che è irrispettosa del luogo e della vicina chiesa? «Non vogliamo dare un giudizio di merito. Diciamo così: è un oggetto distonico. Ha la stessa efficacia di un banner per fare pubblicità alla mostra».

Poi va giù ancora più duro il religioso, ricordando quanto, soprattutto in occasione della Biennale, si moltiplichino provocazioni ed esibizioni. La kermesse d’arte è un palcoscenico che chiunque vuole sfruttare: «Sono colpi – insiste don Caputo – che la città continua a ricevere».

Da qui la decisione di fare una selezione strettissima di progetti cui affidare luoghi di culto in occasione della Biennale. Quest’anno il patriarcato ne ha concessi solo tre, a fronte di 70 chiese, più 7 “sconsacrate”: il Museo di Sant’Apollonia (con i cinesi del Grand Canal e i fiori di Ana Tzarev), la Chiesa di San Antonin (con Ai Wei Wei) e fra qualche mese San Lio. «Preferiamo progetti site-specific e a stretto contatto con gli artisti. Cosa non successa con la mostra di Quinn», che neppure è evento della Biennale.

Tuttavia, la questione ha qualche tinta di giallo. Possibile che la Curia fosse all’oscuro dell’installazione? Nel consiglio generale della Fondazione, siede il Patriarca, Monsignor Filippo Moraglia, o un suo delegato, assieme ad altri 14 membri a nome delle più importanti istituzioni cittadine. «Come di consueto la Fondazione Cini ha seguito in modo scrupoloso le necessarie procedure», puntualizza il Segretario generale, Pasquale Gagliardi. Cosa, questa, confermata dal Patriarcato: «La Cini ci ha informato con cortesia e correttezza, ci hanno chiesto un’opinione e noi abbiamo suggerito di non porla davanti alla scalinata». E qui la questione si ingarbuglia: «Noi ci aspettavamo la statua in marmo di tre metri. Ci siamo visti gonfiare una struttura di undici».
Un equivoco? Dalla Cini rilanciano: «Questa è diventata un monumento universalmente noto all’eroismo femminile. Alison Lapper ha sfidato tutto, compresi i pregiudizi sociali, pur di mettere al mondo un figlio». Non è un messaggio così intimamente in sintonia con il pensiero della Chiesa? Don Caputo annuisce: «Il messaggio sì, lo comprendiamo».

Corriere del Veneto

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