La prima volta della Santa Sede

giugno 1, 2013

Il debutto della Santa Sede alla Biennale di Venezia è «l’occasione per sanare la frattura tra arte e fede». Lo spiega così monsignor Gianfranco Ravasi, a capo del Consiglio vaticano per la cultura e commissario del Padiglione all’Arsenale, inaugurato ieri tra una grande folla. Opening a fianco del Sindaco, Giorgio Orsoni e del Governatore Luca Zaia, oltre che del direttore dei musei vaticani (e curatore della mostra), Antonio Paolucci e il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia.«Per troppo tempo si è consumato un divorzio – ha sottolineato il cardinale – Ora è tempo di riaprire un dialogo con gli artisti, credenti e non credenti». Eppure, se gli si fa presente la polemica aperta dal Patriarcato veneziano rispetto alle opere di Marc Quinn esposte nell’Isola di San Giorgio, Ravasi mette le mani avanti. «Non posso giudicare – dice – ma il dialogo di cui parlo, non sarà semplice, sarà anche conflittuale: molte volte l’arte e la fede hanno davvero visioni totalmente differenti». «D’altra parte – aggiunge il cardinale – nella stessa Biennale abbiamo visto più volte artisti usare i simboli religiosi in modo ostile e a volte blasfemo».
Ma ora è tempo di voltar pagina. Un esempio? Dei tre artisti scelti per il Padiglione, aperto dal trittico pop di Tano Festa sulla creazione di Michelangelo, solo Lawrence Carroll è credente, «ma lo abbiamo casualmente scoperto solo in questi giorni», precisa Nicole Forti, che ai Musei Vaticani si occupa di contemporaneo. Quella della Santa Sede vuole essere una sfida a tutto campo. Ravasi ricorda le udienze con gli artisti di Paolo VI nel ’74 e di Benedetto XVI nel 2009, ma anche la lettera di Wojtyla, «il mondo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione». Cita Paul Klee («gli artisti rappresentano l’invisibile»), ma anche Borges, Kieslowski, Pascal, Braque ed Herman Hesse, e rivela «di aver imparato così tanto da Camus».
«Alla Biennale si partecipa, questa è la regola – sottolinea il presidente Paolo Baratta – per questo la presenza della Santa Sede è un gesto di umiltà», da ribadire il prossimo anno per architettura. Anche se non conferma, Ravasi si dice possibilista: «l’architettura è forse la disciplina che più si è confrontata con la fede: non c’è archistar che non voglia costruire una chiesa o in molti lo hanno già fatto». Ma è sull’arte visiva che insiste, perché è là che individua un vulnus storico.
Qualche idea per il 2015? «Il nuovo testamento. Ci piacerebbe partire dal Vangelo di Giovanni: In principio c’era la parola».

Corriere del Veneto

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