La donna gigante divide la città

giugno 2, 2013

E’ un fuoco di fila sull’installazione di Marc Quinn, la grande Alison Lapper che campeggia sull’isola di San Giorgio, ospitata dalla Fondazione Cini. Mentre in facebook già è montato un mormorio di commenti, dalle fila di chi è più in vista salgono le voci di critica più forti. Con alcune eccezioni, fuori dal coro, di gran peso.
Cosa non va di quell’opera? L’elenco è lungo. Il luogo sbagliato, la Basilica palladiana nascosta, lo choc dell’immagini, la gente non capisce, il gigantismo, il fatto che sia una struttura gonfiata. L’affondo arrivato i giorni scorsi dal Patriarcato non era dunque isolato. Uno su tutti, Vittorio Sgarbi: «Se Palladio tornasse, la farebbe affondare». Ma se lui, si sa, non usa mai giri di parole, anche persone insospettabili sfoderano una grinta tranchante. «E’ una cattiveria alla città», sbotta Franca Coin, presidente della Venice International Foundation. Per Tiziana Agostini, che in questi giorni dalla cultura è approdata alle politiche educative «E’ orribile, dovrebbe essere tolta». Allo stesso sindaco, Giorgio Orsoni, esce, pur con più cautela un «non mi entusiasma».
Nessuno vuole commentare l’opera in sé. Però ognuno sfodera una carta. A cominciare dal luogo: «E’ un posto mistico – riflette Coin – San Giorgio ha un’armonia ed un equilibrio di sensazioni e colori che non si possono violare così». «Come nel caso del ragazzo con la rana – ricorda Orsoni – bisogna sempre chiedersi quali elementi inserire e dove». E aggiunge: «il Comune non ha nessuna responsabilità per i permessi».
In molti, soprattutto in rete, si chiedono chi li ha dati quei permessi, pensando naturalmente alla Sovrintendenza. Ma, soprattutto in tempi di Biennale (anche se il lavoro di Quinn non è legato alla kermesse aperta ieri), gli uffici dell’ente lavorano strettamente con chiunque organizzi mostre che abbiano un impatto pubblico. E valutano prima di tutto il rispetto di norme e regolamenti, ci tengono a sottolineare.
Gabriella Belli, direttrice dei Musei Civici, stona tra le voci del coro: «Innanzitutto, sarà una presenza temporanea. E poi credo che Venezia abbia bisogno di tracce di contemporaneo, le ha sempre avute, al tempo magari oggetto di polemiche ed incomprensioni, ma che ora noi ammiriamo». «Uno arriva a Venezia per la Biennale – grida Sgarbi – Vede il gabbiotto, gira l’angolo e fino a ieri c’era la statua con la rana, poi alza gli occhi sul bambolotto: dovrebbero ridargli indietro i soldi del biglietto».
Ma forse non è questo il vero problema. Laggiù è ritratta su undici metri la storia vera di una donna focomelica, un’artista pure lei, incinta, che ha sfidato tutto e tutti per avere il suo bambino. Forse è quell’immagine che risulta insopportabile? «Dal punto di vista artistico, l’opera ha raggiunto il suo scopo: perché è intelligente, intensa, di grande impatto». Neo-assessora a Ca’ Farsetti, Angela Vettese, fino a ieri presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa, resta sul lavoro di Quinn, ma si dice piuttosto critica: «Preferisco l’opera nella sua prima versione, quella marmorea a dimensioni naturali. E’ quel gigantismo che forse non fa onore né all’artista né alla città».
Cerca di allargare lo sguardo la direttrice dei Civici: «Alla fine è così densa di bellezza questa città, che non può aver paura. Venezia vince sempre su qualsiasi cosa». A confortarla arriva poi un pezzo da novanta, Michael Govan, che per Punta della Dogana ha curato Prima materia ed è a capo del Los Angeles County Museum of Art: «Venezia concentra come pochi altri luoghi così tanti luoghi ed occasioni d’arte – ci dice – Ogni scelta nell’arte è un rischio, certo. Ma l’importante è essere open-mind, aperti al futuro e alle nuove idee, sempre. E chi ha responsabilità deve aiutarci ad andare verso questa direzione». E aggiunge: «Per valutare un’opera nello spazio urbano, e a Venezia, per di più, ci vuole tempo. Ed anche in questo caso, bisognerebbe prendersi un po’ più di tempo».

 

Corriere del Veneto

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