Couture hard rock

giugno 7, 2013

Chi non ricorda il giubbetto di pelle rossa di Michael Jackson in Beat it? Correva l’anno 1983 ed era uno dei singoli-boom dell’album Thriller. Lui doveva ancora entrare nella sua metamorfosi verso una strana alterità. Ma era già star.
Quel giubbetto rosso, con le sue 22 cerniere e un biglietto per un concerto di Liza Minelli in una tasca interna, è ora esposto assieme ad altri 19 vestiti-icone al primo piano del Teatro Goldoni di Venezia. E’ Hard rock couture, la mostra prodotta dall’omonimo brand, che sta girando l’Europa ed ora è approdata in laguna (unica tappa italiana, dal 7 al 16 giugno) proveniente da Berlino, Monaco, Amburgo e Bruxelles.
Qui non è finita nel pur prestigioso parterre di memorabilia del caffé di Bacino Orseolo, ma è stata installata dentro al teatro. Tanto si vuole sottolineare il nesso fra palcoscenici, «quella commistione di arti sceniche, musicali, visive che è l’arte contemporanea», come sottolinea Maria Luisa Frisa, capo dipartimento moda allo Iuav.
L’Hard Rock ha una collezione, tra oggetti ricevuti in regalo ed acquisti, di ben 77 mila pezzi. Il primo a lasciarne uno è stato Eric Clapton, nel caffé londinese che era abituato a frequentare: chiese al locale di appendere la sua chitarra in corrispondenza del suo sgabello preferito. «Non è stato facile accoppiare artisti ed abiti – racconta Jeff Nolan, storico musicale ed art-director della collezione internazionale – Alla fine abbiamo creato una panoramica piuttosto ampia in quanto a storia della musica e il pop più contemporaneo».
Così, nell’allestimento con flight-cases nere ci si può imbattere nel vestito più malinconico di Elvis Presley, indossato sul palco di Las Vegas negli anni ’70, ormai a fine carriera. Ce lo si può immaginare, fisicamente provato, con il suo vestito bianco, maniche e pantaloni larghi e un cinturone borchiato a fasciargli il corpo. Così, come è impossibile dimenticare una Madonna avvinghiata ad un bustino dorato con i seni a cono. Era il Blonde ambition tour, 1990. Lei, regina del pop e della trasgressione, si era affidata a Jean Paul Gaultier, che per l’occasione si era cimentato con 1500 schizzi per i suoi cambi d’abito.
Stelle, dunque. E di prima grandezza. Come Freddie Mercury, immortalato nella sua tutina aderente, a strisce bianche e nere, aperta sul petto villoso, usata come marchio di folle genialità per il “Jazz tour” del 1978. Al tempo, le tutine erano un must sui palcoscenici. Quella nera di Peter Criss, col numero 3 ricamato o di Ace Frehley, sempre dei Kiss, con le bruciature sulle gambe per la mitica smoking guitar.
Come sottolinea Paola Maugeri, voce e volto evergreen di Virgin Radio, «sono tutti veri e propri costumi di scena, di grande bellezza visiva e marchio della potenza del rock», Ne sono esempi perfetti le iperboliche stravaganze di Lady Gaga (anche se qui c’è un vestitino nero molto morigerato, firmato Oscar Lima) o di Elton John (in mostra con una copia del Blue Boy ritratto dall’inglese Thomas Gainsborough nel 1770).
Ogni pezzo esposto è un tassello di immaginario. E qui ritornano i giubbetti in pelle. Quello brown di John Lennon del 1965, per la copertina di Rubber Soul, che segna la fine delle divise perbene della mitica band. E quello nero e super-punk del bassista maudit dei Sex Pistols, nientemeno che Sid Vicious.

Corriere del Veneto

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