culture

Yoko Ono: «I’ll be back»

«L’audacia, il coraggio e la rivolta»: ha riconosciuto un lessico familiare, Yoko Ono, di fronte al Manifesto Futurista, trovato un giorno in visita alla Tate Modern di Londra. «Proprio un paio di giorni prima, facevo un concerto per Meltdown, curato dalla mia vecchia amica Ornette Coleman – racconta – stavo cantando l’amore per il pericolo, dispensando pura energia per svegliare l’Universo». Sono le parole di I’ll be back, parte dell’installazione che il pubblico veneziano avrà modo di visitare allo Iuav da lunedì 10 fino al 29 giugno.
Non si smentisce, la vecchia leonessa, avvolta nel suo mood di grande artista e vedova eccellente, intellettuale e globe-trotter, comunque performer full-time. Yoko Ono, dunque, ritorna in laguna, qui leonessa davvero, così l’ha premiata alla carriera la Biennale nel 2009.
Lo stesso anno, l’artista nippo-americana aveva tenuto una sua personale, Anton’s Memory, intima installazione tra turbamenti e tensioni d’amore, alla Fondazione Bevilacqua La Masa, la cui presidente è ora il nuovo assessore alla cultura del Comune di Venezia, Angela Vettese. E’ sempre del 2009 Dream, una serie di billboard, dove la semplice parola “sogno” campeggiava, nera su fondo bianco, sui muri di alcune città italiane, tra cui Venezia. Peraltro, di quell’esperienza esce ora un libro, che inaugura il nuovo progetto editoriale di FuoriBiennale di Cristiano Seganfreddo, Flaneur&Dust.
Insomma, quello di lunedì per Yoko Ono è un vero e proprio ritorno a casa. L’occasione è l’opening della Fondazione Bonotto, la più grande raccolta ed archivio del movimento Fluxus al mondo, di cui l’artista è stata esponente di punta. Lo Iuav aprirà all’ottantenne vedova Lennon le porte di Palazzo Badoer: una lecture per ripercorre la sua esperienza artistica con l’Italia (ore 17, Aula Tafuri), poi la vernice di I’ll be back (ore 18.30). Infine l’omaggio di Gianni Emilio Simonetti (ore 19.30) con uno dei suoi eventi ai fornelli, ricetta attorno a due colori: il bianco, cioè il pompelmo del Grapefruit book e le fragole di Strawberry field forever, Beatles 1967. E soprattutto con uno speciale Capriccio estivo per Yoko, pere seducenti ed evocazioni libertine. Echi di un secolo che per alcune cose fatica a chiudersi.
Eppure Fluxus ha rappresentato una pagina effervescente, radicale ed immaginifica, dove tutto poteva trasformarsi in arte, alimentandosi di dada e di aria ribelle degli anni ’60. Di quella pagina, Luigi Bonotto, l’imprenditore-collezionista bassanese, che vanta una partita a scacchi con Marcel Duchamp, ha raccolto decine di migliaia di tracce, documenti, opere, schizzi, appunti, foto e video: «Mi dicono che ci vogliono 450 ore per osservare tutto quello che abbiamo archiviato».
Avendo scommesso quasi tutto sulla performatività, l’effimero e la contestazione, documentare l’onda Fluxus è una sfida: «il paradosso – sorride Bonotto – è che quel movimento contestava il sistema dell’arte: oggi il mercato insegue qualsiasi traccia documentale di Fluxus e ne fa un vanto».
Ma come si sono incontrati Luigi Bonotto e Yoko Ono? «Fluxus non era un movimento, ma una famiglia. E quando si entra in una famiglia, si impara a conoscere tutti – ricorda l’imprenditore – Il nostro vero incontro è stato a Trento, nel 1988, ad una sua esposizione. Volevo acquistare delle sue opere e così mi sono avvicinato. Ma era come se ci conoscessimo da sempre».

Corriere del Veneto

 

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