“La grande bellezza” fuori dai cliché

giugno 13, 2013

«Non è un viaggio nella decadenza antropologica del nostro tempo, non è grottesco e soprattutto non è un film triste». Umberto Contarello fa piazza pulita di tanti cliché scritti e detti su La grande bellezza. E’ lui che ne firma la sceneggiatura, assieme al regista, Paolo Sorrentino.
Gli autori spesso sono nell’ombra, ma Contarello, classe 1958, padovano, romano di adozione, è la penna di alcune tra le migliori opere italiane degli ultimi anni. Da Marrakesh Express di Gabriele Salvatores (1989) ai tre di Carlo Mazzacurati, Il toro (1994), Vesna va veloce (1996) e La lingua del santo (2000). Due le serie tivù di grande successo, La piovra (7 e 8) e L’ispettore Colliandro e due pure le volte che fa capolino sul grande schermo, in Caro diario di Nanni Moretti e Il divo di Sorrentino. Con quest’ultimo, ha strappato un David di Donatello l’anno scorso per This must be the place. E ora, La grande bellezza, dopo aver ammaliato Cannes, in Italia è diventato un cult-movie. Di quelli che fanno discutere davvero.
«Questa è una vera soddisfazione – ci dice – Significa che il film incrocia, come una nave, delle rotte sotto la superficie dell’acqua e provoca una reazione vitale. Inoltre, il film offre molte chiavi di entrata nella storia e ognuno, con la propria sensibilità, sceglie quale porta aprire. In questo senso è un film generoso».
La grande bellezza coniuga la forza della parola con la potenza della visione.
«E’ vero, parola e visione improvvisano sullo stesso registro. Sia la messa in scena che i dialoghi utilizzano frammenti reali, per reinventare una nuova realtà. La lingua non si nasconde dentro l’immagine, esce a volte apodittica, a volte sentenziosa, ha una forza propria e con le immagini si sorreggono reciprocamente».
Si dice che sia una pellicola piena di citazioni e riferimenti, da Céline a Proust. E poi tanto Fellini. Si riconosce in questo?
«Ci hanno attributo citazioni davvero inesistenti. Anche con Fellini: anzi, su quel versante, forse la fonte più autentica di ispirazione è Antonioni. Ci sono opere importanti, come quelle felliniane, che funzionano come archetipi. Così, quella che pure sembra una citazione, è in realtà un canone. Tutti evocano La dolce vita, ma quanti la conoscono davvero? Forse a malapena ci ricordiamo il bagno di Anita Ekberg».
Alla fine, viene esce un film amaro, impietoso. Potrebbe essere un poema del fallimento?
«Non è triste. E nemmeno contrappone una città magnifica, ma immobile ed inanimata, alla bruttezza dell’umanità. Anzi: invita a cercare la bellezza anche nell’insensatezza dell’esistenza. Parla della possibilità di uno sguardo sulle cose. I personaggi non sono grotteschi, ma hanno una loro temperatura umana. Alla fine è solo la storia di una piccola, possibile e forse bugiarda via d’uscita per uno scrittore che non aveva più parole e ritorna davvero a sceglierle».
Le sue sceneggiature sembrano quasi degli appunti per un romanzo sul nostro paese, dalla provincia alla capitale.
«Non ho né il talento né l’ampiezza di sguardo per farlo. Il fatto è che, anche se attraversiamo un periodo durissimo, dovremmo essere capaci di riconoscere il paese per com’è. L’altro giorno, in un volo low cost che non partiva, tra l’insofferenza di tutti, si è alzato Al Bano e ha cantato “Felicità”. L’ho trovato bellissimo. Questo è il nostro paese, anche insensato, comico, bello, dove c’è fatica, non tristezza».

il Corriere del Veneto

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