L’intima sovversione di Angel Marcos

giugno 15, 2013

Ci può essere una possibilità di insurrezione nell’angolo di una cucina umile, affollata di oggetti struggenti, un vaso con i fiori, le ceramiche decorate, una poltrona sdrucita, un santino e una vecchia radio? Sì, è la risposta di Angel Marcos. E’ là, in quel raggrumo di irriducibile umanità che noi possiamo addensare le forze, puntellare le idee, mescolare le energie per resistere e reagire.
Artista e fotografo spagnolo di respiro internazionale, classe 1955, Angel Marcos ama raccontare i luoghi, meglio se al margine di qualcosa. In questo caso, torna al suo paese natale, nel cuore della Castiglia. Punto di osservazione eccentrico, rispetto al luccichio delle nuove capitali dell’Impero. Ma pulsante di materiale bio-politico, «marchiato dalla nascita – dice – da riconoscere quando ne sei lontano e da affondarci le mani quando ritorni».
E’ quello il punto di sovversione intima, che dà il titolo al progetto espositivo in corso (fino al 30 settembre) a Venezia, evento a latere della Biennale. Il luogo scelto è la Scuola di San Pasquale, proprio al lato della Chiesa di San Francesco della Vigna, zona popolare che accoglie da tempo altri anfratti di resistenza, come il Laboratorio Morion.
La sovversione, dunque, a partire dall’intimità, un nocciolo di umanità non estirpabile ed è impossibile non pensare a Primo Levi. E’ da lì, ci dice Marcos, che si affronta in silenzio l’annichilimento di un capitalismo inceppato e comunque vincente, che ammorba e livella, conta i salvati ed espelle i sommersi e che «ci sta abituando ad un’emergenza permanente, uno stato di crisi infinita». L’esposizione di Angel Marcos è prodotta dalla regione autonoma di Castilla y León (e dal suo Museo di arte contemporanea, Musac), cuore della Spagna dolente, scossa dalla tellurica della crisi. E da qui inizia. Al piano terra della scuola, sopra un finto prato verde, campeggia un lettering luminoso: Non olet, esplicito riferimento ai soldi che non hanno odore, anche se arrivano dai vespasiani rutilanti delle city finanziarie. Una luce livida, che illumina una madonna a fianco. Di fronte, scorrono in video Las Tudas e La Mota, quartieri di Medina del Campo. Un rigore in bianco e nero, dove la notte svuota tutto, ogni cosa viene portata dentro, le sedie che di giorno sono fuori dalle porte, le biciclette e le vecchie auto, tutto scompare. «Un video di straordinaria metafisica», lo definisce Luca Massimo Barbero, che ha coreografato il progetto.
Due piccoli barrios, che nel dopoguerra, in pieno sedativo franchista, la gente umile del posto, proletari e lumpen, hanno ricostruito un po’ alla volta, raschiando e riutilizzando le pietre di rocche e mura. Un urbanismo di necessità, pieno di vicoli ciechi ed incastri di tetti, lungo un’architettura del residuo e dell’improvvisato.
Ma basta salire al primo piano e Marcos ci fa entrare in quelle case. 132 grandi foto appese a mo’ di lenzuola, colori saturi, un’esplosione cromatica da attraversare come se stessimo nel labirinto di vicoletti, dentro e fuori quelle piccole abitazioni. E’ in quel luogo familiare che Marcos ci vuole immergere, trascinandoci in un movimento commovente, allo stesso tempo di classe ed universale, e profondamente intimo, doloroso, dignitoso, pasoliniano.
Il mazzo di fiori di seta, le bambole sul letto, la radio o il frigorifero, diventano involontarie sontuose installazioni, sedimenti di biografie e cartografie degli affetti, vere e proprie narrazioni, sotto forma di «altari laici – sottolinea Barbero – case che assumono un volto magico, senza alcun esotismo, capaci di detonare l’anonimato dell’ordine sociale ed urbano in cui tutti siamo immersi».
Attraversare quegli interni dà un senso di vertigine. Perché ogni scatto si connette con qualcosa di familiare ed alterato, un diorama di vite che hanno resistito a tutto e che da là proseguono, sul precipizio della sconfitta e ai fianchi di un fallimento. Eppure pulsa, perché è intessuto di relazioni non asfaltabili dalla violenza asettica del potere. Dentro quel lessico sentimentale vi è un odore riconoscibile. «Gli affetti hanno sempre un odore», dice Marcos.

Il Manifesto

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