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Arif, Gianfranco e i cinesi del mercato

Gianfranco vende abbigliamento. «Solo italiano», ci tiene. E’ il decano del mercato di Mestre. Ha cominciato nel 1965, aveva 18 anni. «Quel giorno i vigili ci hanno detto di installarci a Piazzale Cialdini. C’era il fango. Era provvisorio».
E provvisorio è rimasto il mercato, che ora occupa le vie a fianco del centro le Barche fino a Pio X, San Girolamo e Parco Ponci. Eppure è diventato grande. Ora si contano 204 posti ogni mercoledì e altrettanti il venerdì. 37 sono gli alimentari e 6 i produttori, quelli a km zero, che tanto sono diventati di moda. Siccome è rimasto temporaneo, sono stati bypassati anche gli obblighi imposti nel 2000 dal Ministero della sanità, che intimavano allacciamenti e regolarità idriche ed elettriche. E ora?
Ora si sentono smarriti, questi commercianti che si alzano quando è ancora notte e a mezzogiorno sono sfiniti. Il fatto è che il mercato ha cambiato volto. I più giovani non vogliono neppure cominciare un lavoro così duro e con guadagni sempre più scarsi. Anche per questo molti italiani hanno ceduto a stranieri banchi e licenze. Come Arif, ad esempio. «Sono arrivato qui da tre mesi – dice – ma non ho avuto problemi con nessuno».  Arif parla pochissimo italiano. E’ pachistano e ha organizzato il bancone con mucchi di vestiti, divisi per prezzo: da uno, due, tre, quattro euro. Qualcuno dai banchi vicini scuote la testa.
Molti tra questi commercianti stranieri hanno una propria organizzazione interna. Si fidano dei loro fornitori, assumono connazionali e – si sussurra dietro i tendoni del mercato – «succede un po’ di tutto e tutto è opaco», cioè si comincia ad entrare in una zona grigia. C’è una filiera regolare, fatta di «bravi commercianti, che hanno fiuto per gli affari e sono attenti alle regole della concorrenza, oltre che alla legge», come dice Gianfranco. Poi c’è tutto il fenomeno più in ombra. Giri di soldi, merce di dubbia provenienza, grossisti che vendono senza fattura, lavoro nero e aiutanti senza documenti: e qui le possibilità di ricatto si moltiplicano.
Sono molti anche gli italiani che vanno a rifornirsi nel grande mercato cinese di Padova, un ingrosso con quasi 1500 box. Cme Alberto. Uno dei  pochi venditori giovani (34 anni), ha continuato la tradizione di famiglia nel settore abbigliamento. «Ho molti fornitori in giro per l’Italia, ma a Padova ci vado per avere più scelta – racconta – Anche là le cose sono cambiate. Ci sono stati molti sequestri, i controlli più serrati e le regole più rispettate». Là trova merce più economica. «Ma mai a tutto a un euro: è impossibile», precisa. Concorda anche Enzo, che vende sciarpine e bigotteria: «Aggiungete tasse e personale e il gioco è fatto. Meglio chiudere».
I cinesi sono molto attivi nell’abbigliamento, frutta&verdura resta il preferito da mercanti bangla ed indiani. Resiste, italiano, il settore della gastronomia, «ma per quanto?», si chiede Daniele, da dietro taralli e formaggi.
Nei primi anni del 2000, quasi il 20% degli italiani ha ceduto i banchi a stranieri. E’ stato un passaggio veloce ed euforico. Faceva gola la liquidità e si chiudeva con quel lavoro massacrante. E’ successo in tutto il settore del commercio.
Nel Veneto si contano 40 mila aziende ambulanti, che occupano una media di 2,5 addetti. Un bel giro. E a Venezia? «Nel solo centro storico sono circa 500 e 2000 in tutto l’entroterra provinciale», spiega Tiziano Scandagliato della Confesercenti. L’associazione dichiara di  raggrupparne una metà. Ma riesce ad attirare solo il 10% degli stranieri, «che saranno almeno dieci volte tanto sul mercato».
La mentalità cambia. «E anche noi come categoria dovremmo essere più attenti – sottolinea Scandagliato – Ad esempio, a me piacerebbe che ci fosse un giorno la settimana un mercato tra pomeriggio e sera. Potremmo incontrare una fascia di clienti che ha ritmi di vita e di lavoro che non sono più quelli di un tempo. Il rischio è che apriamo la mattina il mercato solo per badanti e anziani».

Corriere del Veneto

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