Guido Guerzoni e l’insostenibile conservazione

giugno 27, 2013

«Si può decidere di rimanere ai margini dei cambiamenti epocali, anche con i visitatori in coda per vedere un enorme patrimonio sempre meno curato, oppure darsi obiettivi strategici». Guido Guerzoni punta il dito ed alza lo sguardo. Docente di management delle istituzioni culturali alla Bocconi di Milano, ha scritto un saggio pirotecnico nell’antologia che Marsilio ha appena pubblicato, 11 idee per l’Italia.
Lo presenterà oggi (ore 18) a Venezia, all’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, assieme a Fabio Achilli (Fondazione di Venezia), Cesare De Michelis (presidente della Marsilio), Michele Lanzinger (direttore del Museo delle Scienze di Trento).
L’insostenibile pesantezza dell’essere stati, questo il titolo provocatorio di Guerzoni, è una disamina spietata dell’arretratezza nell’Italia culturale, intrappolata nel girone di una crisi epocale. «Il punto è riconoscere l’insostenibilità di questo modello – ci spiega – Agli enti si distribuiscono sempre meno risorse e si richiede loro di fare meno. Un marchingegno come il Fus va finanziare quasi solo produzioni di repertorio. Ci si vanta del made in Italy e non c’è un museo della moda e del design».
Tutto questo, aggiunge il ricercatore, «mentre il Victoria & Albert Museum fa un omaggio a David Bowie investendo milioni di sterline e il Moma ha generato nell’economia di New York 2 miliardi di dollari in un biennio». E noi? «Noi mostriamo tutto: palazzi, scavi, spiagge e miseria, come se arrivassero sempre i signori del Grand Tour».
Ma da che parte si potrebbe rimettere in moto una macchina tanto conservatrice? «La prima cosa è l’autonomia gestionale degli enti – si dice sicuro Guerzoni – Significa modernizzare, davvero, la macchina burocratica, scovare le competenze interne, finanziare le innovazioni, fare scelte». Autonomia significa «non ostacolare il contributo dei privati, ma anche lavorare per progetti culturali e con le energie più giovani».
Un’eccezione in questo disastro italiano sembra proprio Venezia. «Perché ha avuto un motore come la Biennale, che ha saputo stare dentro una competizione internazionale. Pinault, Prada ed altri si sono inseriti come carburante nel sistema culturale della città».
Insomma, l’obiettivo è ritrovare «lo spirito di quando eravamo all’avanguardia, la Olivetti era capace di ispirare Steve Jobs e tutti ci invidiavano gli allestimenti di Scarpa. Si guardava al futuro, allora».

Corriere del Veneto

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