Bardati con stoffe e corna, sepolti con gli uomini d’oro

luglio 9, 2013

Arrivavano in processione fino alla tomba, i quadrupedi, bardati con stoffe color porpora e con grandi corna in testa, ricoperti di paramenti di legno intagliato e foderato di lamine d’oro. Un corteo abbacinante, con l’oro che scintillava al sole, capace di stupire la folla durante il passaggio. Finivano sepolti assieme ad oggetti e persino interi banchetti di carne, ritrovati intatti nel caso di tumuli ricoperti dal ghiaccio, che li ha preservati per secoli. Stiamo parlando di reperti datati tra il V e il III secolo a.c.
Si tratta delle “sepolture laterali” destinate a concubine e mogli del principe, che alla loro morte raggiungevano il defunto. Venivano invece uccisi il giorno stesso del funerale i 13 cavalli che accompagnavano la salma, tumulati poi con il loro padrone.
Direzione Kazakhstan: venti giorni di scavi archeologici, alla ricerca di tesori sotto i tumuli funebri degli uomini d’oro. Del team, in partenza il 27 luglio, faranno parte anche due giovani dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Un dottorando, Lorenzo Cresciuli (che avrà anche una borsa di studio) e uno studente del terzo anno di archeologia, Nicola Fior. L’iniziativa è della Ligabue, l’impresa veneziana che con il suo Centro studi e ricerche è all’avanguardia nelle spedizioni archeologiche e che per il secondo anno stringe la sua partnership con l’ateneo veneziano.
In Kazakhstan, tra le valli e i villaggi di pastori, a 350 km da Almaty, li aspetta un cantiere che gli operai del luogo stanno preparando, sbancando il terreno sotto i tumuli di pietre sepolcrali, alti almeno 7 metri. Scenderanno dai 3 ai 5 metri di profondità, in una voragine che a quel punto avrà un diametro di 50 metri. Tanto dovrebbe essere grande il cantiere, svelando i luoghi della sepoltura di principi e cavalieri sciti.
Cosa si aspettano di trovare? «L’esplorazione del terreno, realizzata l’anno scorso da un’equipe geofisica dell’Università di Trieste con cui collaboriamo, ha evidenziato delle anomalie nel sottosuolo – spiega Elena Barinova, capo missione per la parte italiana, che lavorerà strettamente con l’omologo kazako Arman Beisemov dell’Accademia delle Scienze – E’ probabile che la camera centrale sia stata già violata, ma quelle poste tutto attorno potrebbero sorprenderci».
Proprio durante una spedizione a fine degli anni ’90, il team Ligabue ha portato alla luce alcuni tesori funerari senza precedenti, corredi, stoffe, legni e la sella più antica al mondo intessuta d’erba e fili d’oro. Il freddo aveva fermato il tempo. E tutto è tuttora conservato a freddo, per evitare che si polverizzi. Il sito che il team veneziano raggiungerà a luglio non sarà sotto ghiaccio. Ci si aspetta, dunque, reperti diversi. Chissà, corredi di armi o i monili delle donne sepolte con i loro uomini d’oro.
«Un giorno porteremo in mostra a Ca’ Foscari i tesori degli uomini d’oro del Kazakhstan, forse già fra un paio d’anni se sarà possibile», lanciano l’idea Massimo Casarin, vice presidente del centro studi Ligabue e Adriano Favaro, che dirige l’omonimo magazine.
A Venezia, peraltro, sono visibili molte tracce degli Sciti. Una civiltà attivissima nei commerci, la loro, nel cuore di quelle grandi vallate in centro-Asia, crocevia di mille rotte dalla Mongolia al Mar Nero. E’ stato forse attraverso un altro polo commerciale dell’antichità, Aquileia, che arrivarono a Venezia i tanti simboli kazaki di rapaci o pantere con in bocca lepri ed erbivori, e che spesso si trovano riprodotti su qualche muro tra le calli. La Serenissima ne aveva colto la bellezza decorativa, ma per gli Sciti erano un simbolo importante della loro mitologia, di lotta senza quartiere tra il bene e il male.

Corriere del Veneto

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