Quei writers che amano Bach

luglio 9, 2013

L’appuntamento è ogni sabato mattina. Campo Sant’Agnese. Bombolette, mascherine, un grande pannello di legno. Hanno nomi del tipo Koso, Pao, JBRock, Microbo, Rems 182. Le mani veloci cominciano a dar forma al lavoro. La potete chiamare graffiti o writing o aerosol art. Qui ne sono in programma 26, uno alla settimana, fino a novembre. Back2back è un evento a latere della Biennale. Francesco Elisei, Fabio Anselmi e Marco Agostinelli (il direttore di Officina delle Zattere) hanno insomma pensato di portare sotto i riflettori proprio quelli di cui tutti si lamentano. Quelli che imbrattano muri e treni. Quelli inseguiti da vigili e poliziotti, multati o portati in tribunale e contro cui le amministrazioni comunali si costituiscono parte civile ai processi (come è successo anche a Venezia).
Delinquenti o artisti? In realtà, questa è già una domanda vecchia. Molti di loro espongono da tempo in gallerie e fiere d’arte, sono chiamati a dar lezione in accademie e studiati all’università. E’ il caso di Peeta, nickname di un writer nato in un paesino del veneziano e che bazzica da artista le più importanti crew newyorkesi. Vederlo all’opera è già arte. La gente in campo si ferma sbalordita. «E’ raro cogliere un grafittaro in azione e ancora di più alla luce del sole. O almeno questa è la fama che si portano dietro», sottolinea Agostinelli. Con lui tutti i cliché scompaiono. Il suo lettering è scultoreo, sbalza dal pannello. E se credete che Peeta ami il rap vi sbagliate. Il suo musicista preferito è Bach.
Che attorno alla writing art si sia ormai rotto un incantesimo è assodato. Giusto qualche sindaco che non sia uomo di mondo o qualche maresciallo zelante può crederlo un vandalismo. Ai Giardini, ad esempio, c’è chi ha osato anche di più. Qui un intero padiglione nazionale è dedicato proprio al mondo dello spray. Il governo del Venezuela ha pensato infatti di mandare a Venezia una batteria di 23 grafittari, singoli o in gruppo. «Omaggio all’arte che esce dalle strade, in un Paese che ha deciso di non considerarlo più reato», ci racconta il commissario Edgar Ernesto González, che a Caracas dirige il Museo nazionale del design.
Un paese, dunque, ha deciso di farsi rappresentare dai writers, come «migliore espressione dell’arte popolare oggi», con tanto di ambasciatore ad inaugurare la mostra. Cose mai viste.
José Calzadilla, che ha curato l’evento, ed è a sua volta una delle figure più conosciute del mondo dell’arte venezuelano, la spiega così: «Caracas è un grande museo di arte urbana a cielo aperto. E per la prima volta rompiamo la tradizione di portare a Venezia gli artisti più importanti. Qui ci sono artisti sconosciuti al sistema dell’arte mainstream, eppure famosissimi sui muri delle città».
E, se in Campo Sant’Agnese resteranno video e foto come prova (www.b2bbiennale.com) sulla terrazza del padiglione venezuelano (progettato da Scarpa) rimarrà invece un’intera parete dipinta. Opera del collettivo CMS. E’ dipinta una parola nella misteriosa lingua india Pemón: Soberanía, sovranità. Dalla strada all’arte. E viceversa.

Corriere del Veneto

 

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