Pianole, sigarette ed elettrochoc. La sottile linea tra arte e follia

David Bowie, nel 1970, fa uscire The width of a circle. Canta il rapporto carnale con un «demone», che poi non è che qualche droga. Jean Martin Charcot, a fine ‘800, fa studi ed esperimenti sull’isteria all’ospedale della Salpretrière a Parigi. Cos’hanno in comune i due? Un salto nella follia e una gran fama pop.
Sarà questo ad aver sedotto lo «psiconauta dell’arte» Thomas Zipp e a convincere la fondazione KAI10 Arthena di Dusseldorf (no-profit dell’imprenditrice e collezionista Monika Schnetkamp). Evento a latere della Biennale d’arte di Venezia, è un’installazione al primo piano di Palazzo Rossini, splendido e sconosciuto edificio che dà su Campo Manin. Qui, Zipp ci ha ricostruito una sorta di sanitario e gabinetto di ricerca.
In realtà non è l’unica traccia psichiatrica dentro la Biennale. Nell’isola di San Servolo, i protagonisti sono stati ospiti della Comunità di Sant’Egidio. E lo stesso Massimiliano Gioni, nella sua mostra internazionale, non poteva non lasciarsi ammaliare da chi, dentro la follia, c’è passato.
Ci accompagna lungo questo filo rosso Alberta Basaglia, psicologa, figlia di Franco, lo psichiatra veneziano che ha ispirato la chiusura dei manicomi con la Legge 180 e di cui lei tiene viva la memoria con l’omonima fondazione (che peraltro ha sede a S.Servolo). «Mi interessa capire come abbiano usato la materia viva della follia – dice – Molte volte si resta intrappolati nel fascino estetico di ciò che la malattia mentale produce, cioè il solo delirio».
Entriamo a Palazzo Rossini. Giriamo negli otto ambienti (dalla sala di accoglienza allo studio del direttore, fino alla piccola camerata e la stanza di contenzione imbottita). E’ pieno di mozziconi. I posaceneri riempiti come fossero caramelle. «Sono le sigarette dei dottori, di sicuro non dei malati – dice Basaglia – loro le avrebbero abbandonate o spente a terra».
Zipp, abituato a quella che viene definita una «estetica cupa», cerca di alterare l’atmosfera con delle variazioni che aprono su altro: i caschi che pulsano bip di relax e non di elettroshock, la pianola per una jam session e tanti libri, da Willelhm Reich a Michel Foucault. Di Franco Basaglia c’è L’istituzione negata. «Io mi chiedo sempre in che modo sia possibile utilizzare i luoghi dell’orrore come materiale d’arte – riflette lei – Il rischio è di ricostruire qualcosa di pacificato. E il problema resta quello di fare i conti con chi quei luoghi li ha vissuti».
L’artista tedesco non si sottrae: «In realtà, non ho voluto rifare quei luoghi – ci racconta – Ma decostruire la gerarchia dei soggetti che ci entrano. Il visitatore può usarli, selezionare e cambiare ruolo, ognuno diventa spettatore ed attore, quindi può mettere alla prova il suo punto di vista e la sua relazione con la società».
Scendiamo a S.Servolo, l’isola che fu l’ex-ospedale psichiatrico della città. I/o_Io è un altro coinvolge un gruppo di persone rinchiuse a lungo e prese in carico dalla Comunità di Sant’Egidio di Roma. Si raccontano in tre sale di video-installazioni. Il curatore è un artista dei margini, l’italo-brasiliano César Meneghetti, il commissario Antonio Arevalo, cileno. Li ospita il Padiglione del Kenya, che presenta peraltro artisti cinesi. In questa mixité, i volti e le parole delle singole persone, ricordi e gesti assumono forza poetica. «Un approccio squisitamente basagliano – dice la figlia dello psichiatra – Persone non più costrette dalla contenzione si sentono protagonisti di una storia che ha dato loro una dignità negata quando erano rinchiusi».
D’altra parte, è attraversando la mostra principale che più si sentono vibrare le biografie. Qui, dove già l’atmosfera è carica di alterazione e fascino, si possono scovare opere di alcuni (non) artisti apertamente psichiatrici. Frederich Schroeder-Sonnerstern, ad esempio, nato nel 1892, ha vissuto il ‘900 dentro e fuori le cliniche e in un campo di lavoro nazista, sempre disegnando magnifici demoni, bestie e donne voluttuose. Shiniki Sawada ha solo 26 anni e da 12 produce figure e maschere di creta, da quanto era ricoverato per disturbi mentali. In manicomio il brasiliano Arthur Bispo do Rosario ci ha passato 50 anni della propria vita, riempiendo stanze e corridoi di arazzi, con le sue visioni mistiche, «e a me ricorda la signora Dosolina, a Gorizia, che ricamava angeli e santi», dice Basaglia, pensando al luogo che suo padre ha chiuso per sempre.

Corriere del Veneto

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