La Biennale vista dai bambini

agosto 4, 2013

La Biennale vista dai bambini ha il luccichio delle monetine che cadono dall’alto dentro il padiglione russo. O il grande tronco d’albero, in quello belga, che sembra il torace di un uomo steso, medicato ai polsi e alle giunture, straordinaria opera di Berlinde De Bruyckere. O, ancora, le decine di vasi pieni di spezie profumatissime che all’Arsenale inebriano il capannone dell’IILA, l’Istituto italiano-latinoamericano.Una volta si diceva che queste erano esposizioni vietate ai minori. Oggi transitano decine di migliaia di bambini e ragazzi. A mano di genitori e familiari. O nei gruppi gestiti dal settore educational messo a punto dalla Biennale stessa. Per avere un’idea basta dare un’occhiata ai dati dell’ultima edizione: due anni fa sono sbarcati tra Giardini ed Arsenale ben 42.397 under 18, il 36% dei quali dal Veneto. A seconda dell’età possono partecipare a batterie di laboratori diversi. Per i più piccoli sono creativi con materiali e colori, multimediali per elementari e medie, multidisciplinari per i più grandi.
Le stesse scuole sono coinvolte. Tra il 4 e il 6 settembre, ad esempio, i cancelli si aprono agli insegnanti per gli “open day”, quasi una immersione formativa cui si sono già iscritti in oltre mille prof. Non solo. Quando riapriranno le scuole, la Biennale metterà a disposizione persino un autobus, pronto a caracollare gratuitamente per le strade del Veneto, da una scuola all’altra, e da Piazzale Roma si aggiunge un vaporetto ad hoc (sempre gratis) che va dritto fino ai Giardini.
Insomma, non ha più il sapore del proibito e dello scandaloso, la Biennale d’Arte. Il settore educational è invece diventato una delle punte di diamante. E la cosa ha fatto il giro del mondo. Così, a giugno scorso è sbarcata ai Giardini anche una scuola per l’infanzia di New York, la “The carousel of languages”.
In realtà, sembra diventato quasi questo il cuore di quella Biennale che da sempre ha in testa il presidente Paolo Baratta. Scommettere su studenti e giovani artisti: formazione, produzione e mobilitazione del territorio. Ca’ Giustinian punta a trasformare la mostra d’arte in un cantiere permanente e in un college a cielo aperto.
Entriamo al padiglione inglese. Alcuni ragazzetti a testa in sù sembrano rapiti dal dipinto murale di un uccello gigantesco che stringe nei suoi artigli una Range Rover. E’ un rapace di una specie protetta, che si sospetta essere stata cacciata dal principe Harry. Poi girano gli occhi e puntano le dita su un uomo con la barba che, severo, sta scaraventando in acqua lo yacht del magnate russo Abramovic. Sembra un super eroe quell’uomo dipinto, ma è William Morris, socialista libertario inglese e designer di tessuti. Magari non si filano per niente quell’icona glam di David Bowie, le cui foto sul palco e tra i fans in delirio, si alternano agli scatti sui minatori che si scontrano con la polizia nell’Inghilterra thatcheriana. Ma si guardano attorno divertiti e sorpresi, come fossero in un negozio di caramelle.
Li ritroviamo all’Arsenale, a bocca aperta di fronte all’installazione del cileno Alfredo Jaar che ha ricostruito in scala proprio i Giardini della Biennale con tutti i padiglioni nazionali. La scultura-plastico ad un certo punto si abbassa sommersa dall’acqua. Magari a loro ricorda l’acqua alta, ma è un intero ordine del mondo che è stato travolto, così se lo immagina il grande artista cileno. E se il nuovo ce lo raccontassero loro?

Corriere del Veneto

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