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La lunga attesa di Mohammed Badrane

Mohammed Badrane non sa dire da quante ore sia in piedi, in silenzio. Guarda ammutolito di fronte a sé. Non sembra neppure vedere l’acqua dell’Adige increspata dalle correnti, gli argini folti di alberi e cespugli. Quel fiume gli ha portato via un figlio. E non ha ancora intenzione di restituirglielo.Hamza Badrane, 15 anni, è il secondo dei tre ragazzi a finire inghiottito lunedì in una delle buche profonde anche sette metri a Marice di Cavarzere. Si getta per salvare Abdelilah Bahri, sedicenne, che si era inoltrato credendo di farcela a sfidare il fiume. «Si lasciava andare in superficie – racconta Jaouad, 14 anni, che era con loro – poi è finito sotto, risaliva, si sbracciava, non diceva una parola». A quel punto, forte della disperazione, Hamza si lancia in acqua. Tenta l’impossibile. Non sa nuotare. Allora ci prova il terzo, invano. E’ il diciottenne Hicham Haddur.
L’acqua se li è presi. Ne ha riportato a galla due. Abdelilah compare alle 17.30, tre ore dopo e «sembrava stesse dormendo», dice qualcuno, nel gruppo di amici e parenti che stazionano sull’argine. Il secondo, Hicham, riaffiora quando è già buio pesto, alle 23. I sommozzatori lo portano a riva ed è gonfio d’acqua. Il terzo se lo tiene ancora nascosto l’Adige. «Potrebbe non affiorare che dopo tre o quattro giorni dalla morte – dicono i sommozzatori – perché le acque sono freddissime. E poi, chissà, trascinarlo persino fino alla foce, 25 km più in là».
Si tolgono mute e bombole, ieri, quando sono le 15.45, dopo lunghe ore di ricerche. Spiegano a Mohammed Badrane, che nel frattempo si è avvicinato vedendoli tornare, di non poter più far nulla, hanno scandagliato ovunque. Riprendono oggi. Ieri la giornata si chiude con la promessa di tener d’occhio il fiume, con un gommone nel pomeriggio e con un giro di elicottero verso sera, «per avere una panoramica lunga».
Lunedì l’allarme è scattato subito. Alle 14.30 arriva la telefonata ai carabinieri. La fa un ragazzo italiano, arrivato sull’argine per pescare, con un fratello e un amico. Vede la scena terribile, si toglie la maglietta, è pronto a tuffarsi. Lo ferma Jaouad, «gli dico che là c’è la buca e le correnti terribili. E lui telefona ai carabinieri. Mentre io, nel panico, chiamo mio fratello Rafi».
Compare anche un uomo sull’altra riva, tra i cespugli. E subito dopo una donna. Ma è tutto velocissimo. «C’eravamo già stati qui una volta – è sempre Jaouad – Hicham aveva scoperto la buca e ci aveva avvertito tutti di non avvicinarci». Doveva esserci anche un quarto amico, lunedì. Ma lui li raggiunge più tardi, ma trova solo vigili del fuoco e carabinieri. «E’ stato fortunato – aggiunge il piccolo testimone – Tra l’altro è un bravissimo nuotatore, magari li avrebbe aiutati». Chissà.
«La cosa strana è che non ci sia neanche un cartello con il divieto di balneazione – interviene Gelindo, che abita poco distante – Anche noi da ragazzi facevamo il bagno nel fiume, ma sapevamo delle buche perché a quel tempo e fino a una decina di anni fa, vedevamo le barche con le gru scavare la sabbia per venderla».
Cavarzere è un intero paese commosso. Italiani e maghrebini vanno a trovare padri e fratelli delle vittime, un abbraccio, una parola di conforto, lacrime comuni. Il sindaco Henri Tommasi, raggiunto ieri l’argine, dichiara il lutto cittadino e promette di non lasciare sole le famiglie, di aiutarle a portare a casa i corpi. Torneranno in Marocco, per le cerimonie religiose e la sepoltura.
A casa Bahri la tivù è sintonizzata su La Mecca, le migliaia di fedeli che girano devoti attorno alla Kaaba. La signora Bahri cerca una foto di Abdelilah e, quando la vede, non regge, sviene. Non si dà pace. Ha altre tre figlie, la più grande Hajar ha vent’anni, è scossa ma forte, vuole reggere l’urto di tanto dolore. La più piccola ha due mesi.
E’ un andirivieni di gente anche il salotto di Kbir Haddur. Avvisato da uno dei figli della morte di Hicham, si è precipitato a Cavarzere con un volo nella notte. Era a casa, a Marrakesh, da quattro mesi, in cerca di lavoro. Perché qui la crisi è orribile e molti di questi operosi lavoratori maghrebini, qui da 10 o 15 anni, hanno perso il lavoro.
Mohammed Badrane, invece, non vuole lasciare l’argine. Solo si avvicina ai sommozzatori, un po’ tremando: «Lo so che Hamza è morto – sussurra, gli occhi gonfi di lacrime – voglio solo il suo corpo».

Corriere del Veneto

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