Caffé amaro

agosto 20, 2013

Leggere il listino prima di sedersi. Regola base, in qualsiasi caffé del centro storico. Tanto più se si chiama Piazza San Marco. Siamo a Venezia e che sia cara è un’ovvietà. Non, forse, per i sette turisti romani che si sono trovati sul tavolo un conto di 100 euro e 80 cents per quattro caffé e tre amari. Fatto sta che quel loro scontrino postato su facebook ha sollevato un polverone.Erano al Caffé Lavena i sette. Ma non gli sarebbe andata molto diversamente in uno qualsiasi dei sette locali che si affacciano con plateatico sulla piazza considerata la più bella del mondo. Si paga il fatto di stare in uno scenario mozzafiato: 8,40 euro un espresso al Chioggia in Piazzetta dei Leoncini, 9,80 un cappuccino, 13,60 uno spritz. Può andar meglio, con 4,50 euro, in uno dei cento tavolini del Todaro, ad angolo tra Piazzetta e Bacino. In piena Piazza, una banconota da 5 basta all’Aurora, lo stesso all’Eden (dove un prosecco è 8 euro) cui però si aggiunge un 15% di servizio. Si arriva infine ai 6 euro del Quadri e ai 6,50 del Florian. In questi ultimi due, uno spritz va dai 12 ai 12,50, mentre al Chioggia arriva ai 13,60.
E l’orchestra? Non tutti ce l’hanno. E in alcuni la musica non varia il prezzo. E’ il caso del Chioggia, che pure fa girare due band, una di fiati e una di violini per tutta la settimana. Mentre al Quadri e al Florian la maggiorazione per gli spartiti è di sei euro. Sono tutte informazioni segnalate ovunque. Nei listini attaccati dentro e fuori, in quelli da tavolo, nelle indicazioni su vetrate e bacheche e, in particolare per la musica, anche con flyerini speciali, consegnati ai clienti.
Ma perché prendere qualcosa qui è così caro? «Non è solo la location magnifica – ci spiega Pietro Alzetta, uno dei titolari del Chioggia – Ci sono anche i costi che dobbiamo sostenere, a cominciare dal plateatico». Quanto lo paga? «Più o meno 120 mila euro», dice indicando i 78 tavoli sulla piazza e i 30 sotto i portici pregiati.
Qualcuno alla fine protesta sempre. «Non è una novità – sorride Renato Costantini, vice direttore del Florian, che vanta 340 posti in piena San Marco e musica dalle 10 alle 24 per tutta l’estate – Qualcuno si alza quando legge il listino. Altri lo fanno senza pagare dopo aver consumato. Ma questo per fortuna è più raro». «E’ anche vero che la stessa clientela della Piazza è cambiata – dice un cameriere dell’Eden, con una bella esperienza alle spalle – Molti non se lo potrebbero permettere di stare qui, ma lo fanno comunque».
Fatto sta che la vicenda dei romani spennati ha fatto il giro del mondo. E in molti fanno paragoni prima di gridare allo scandalo. Roberta Rossi, della maison di calzature, ci racconta di essere appena tornata da Rodi: «Un caffé 4 euro bevuto in piedi. Piazza San Marco è unica al mondo e Venezia deve vendersi cara. E’ una questione di rispetto per la città, che spesso manca». Franca Coin aggiunge: «Quando vado al Saint Ambroeus in Madison Avenue a New York, pago il mio cappuccino 6 dollari più la mancia. Ma so che è buono e il posto magnifico», racconta la presidente della Venice International Foundation. «Tuttavia a me sembra che ognuno usi Venezia guadagnandoci l’impossibile. Perché? perché manca una visione della città». Le fa eco Francesca Bortolotti Possati, che dirige l’Hotel Bauer: «A me stupisce che si paghi quella cifra restando seduti in un contesto di degrado simile, tra decine di persone stese a terra e venditori di qualsiasi cosa».
Così, suona quasi una provocazione di Arrigo Cipriani: «Pensate che quei locali ci guadagnino? Penso all’acqua alta, ai plateatici, al personale, al sole che d’estate rende inagibile mezza piazza. Alla fine non è nemmeno così conveniente vendere caffé in piazza San Marco».

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«Chiariamo una cosa», dice Carla Rey, assessore al commercio della città lagunare: «quel bar non è mio». Nella discussione che infuria in facebook su quello scontrino da cento euro, presentato al gruppo di turisti in Piazza San Marco, il dito è puntato sul Caffé Lavena. E, ovunque, rincorre il nome dell’assessore.
Allora mette subito in chiaro: «Nessuno della mia famiglia è dentro la società che lo gestisce e io ne sono stata la manager dal 1999 al 2010. Quando ho accettato l’incarico in Giunta, ho dato le dimissioni e così da qualsiasi cosa potesse minimamente confliggere con il mio ruolo pubblico».
Dopo di che, si può cominciare a ragionare. Primo, sottolinea subito l’assessore il ruolo del Comune: «L’amministrazione non può entrare nel merito dei prezzi, che è una questione di libera concorrenza e di libero mercato. Come istituzione possiamo e dobbiamo verificare la regolarità in termini di trasparenza e di correttezza. Così abbiamo cercato di fare anche nella recente discussione sui regolamenti comunali dei pubblici esercizi». Dunque, «non solo ogni imprenditore fa politiche di prezzi che ritiene più idonee, ma alla fine la parola resta al consumatore, che decide e valuta, sia la qualità dei prodotti che del servizio. Questo succede qui, ma anche all’estero. Chiunque di noi ha avuto esperienze simili in altre città del mondo».
Resta tuttavia un dubbio: non possono sembrare esorbitanti prezzi di quel tipo? Qualcuno non si approfitta del fatto di essere in Piazza San Marco? «Il luogo è unico al mondo. Tuttavia, bisogna valutare molte cose – spiega Carla Rey – Quegli esercizi devono sostenere dei costi elevatissimi, che non hanno paragoni persino in altre parti della città. Peraltro sono tariffe imposte dalla stessa amministrazione comunale».
Un esempio? «Pensate ai plateatici, alle tariffe di igiene ambientale, ai problemi giganteschi posti delle maree, il peso della manutenzione di edifici di così grande pregio. I caffé storici sono elencati in tutto il Paese. E loro si fanno carico di costi davvero enormi». Questo succede ovunque. «Sì, in tutti i centri storici. Ne ho parlato molte volte con assessori di altre città. Ed è evidente quanto possa pesare ovunque, in tutta Italia, la questione dei plateatici nelle zone storiche».

Corriere del Veneto

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