culture, società

Coppola Jr, Frank Zappa, Capitan Harlock e Berlinguer

Un nonno che si chiama Francis Ford e la zia Sophia. Un cognome come Coppola. E il gioco è fatto. O, almeno, è tutto più semplice. Gia Coppola lo dimostrerà al Lido. Classe 1987, ultima rampolla di una famiglia votata al grande schermo, sbarca alla Mostra con il suo primo lungometraggio. A dire il vero la piccola Coppola era già passata al Lido. Due anni fa figurava infatti come assistente costumista della zia per Somewhere, incoronato con il Leone d’oro. E così anche lei ha deciso di cimentarsi dietro la camera da presa.Gia Coppola firma sceneggiatura e direzione di Palo Alto, sezione Orizzonti, che sfoggia un bel parterre di attori, tra cui brilla James Franco. La cosa curiosa è che quest’ultimo, presente peraltro a Venezia 70 con un suo film in concorso Child of god, è l’autore della racconta di racconti da cui Gia Coppola ha tratto il suo lavoro. Si sa, l’affascinante James Franco, oltre ad essere attore e regista di gran successo, è uno di quelli che sbucano per intelligenza dallo star system. Anche lui è una vecchia conoscenza lagunare, persino nelle vesti di video-artista alla Biennale d’arte di due anni fa.
Si può attraversare la Mostra del Cinema con sguardi obliqui lungo fili eccentrici che legano autori, storie, biografie, ricordi, ispirazioni. L’incrocio magico tra Coppola Jr. e James Franco ricorda ad esempio quei sodalizi che poi un giorno vengono raccontati dal cinema. Come nel caso di Ettore Scola e Federico Fellini. Un’amicizia durata cinquant’anni. Scola la ricostruisce Fuori Concorso, portandoci tra luoghi, emozioni, aneddoti che i due hanno condiviso. Il titolo? Non poteva che essere così: Che strano chiamarsi Federico!.
Rievocazioni. Come la favolosa estate del 1982, When Frank Zappa came to Sicily: la propone in formato doc Salvo Cuccia, sempre Fuori Concorso. Quel 14 luglio di trent’anni fa, il giovane regista, allora soldatino a Pordenone, sognava di vedere il suo idolo e di andarci con il padre. Il concerto allo stadio La Favorita fu un disastro. Doveva essere l’evento di una generazione, ma durò meno di mezz’ora. Il fatto è che non si riusciva a vedere e ad ascoltare. Così i ragazzi scesero sul campo d’erba, superando le transenne. E furono accolti da una pioggia di lacrimogeni e di manganelli. Una pagina di storia italiana si chiudeva amara, là, sotto lo sguardo di una star. Per Cuccia fu l’ultimo concerto e l’ultimo viaggio con suo padre, che sarebbe morto due mesi dopo.
Il decennio che si apriva allora virava all’ombra di una enorme solitudine sociale. Sotto cui, comunque, il fermento c’era. Arrivavano gli Smiths e i Cure e pure Capitan Harlock, per citare alcune cose belle. Shinji Aramaki, giapponese come l’intero arsenale visivo che allora sbarcava sui nostri piccoli schermi, si è ricordato di quel pirata siderale. E lo ripropone, in un lungometraggio in 3D, sempre a capo dell’astronave Arcadia, in lotta contro gli alieni della sfera nera e degli avidi potenti che comandano la Terra. Harlock preannuncia la moda neo-romantica di quegli anni, il trionfo dei manga e semina qualcosa di quello che vent’anni dopo sarà la geniale saga di Matrix.
Dentro quell’immaginario anni ’80, ci si può entrare anche, sempre Fuori Concorso, grazie a La voce di Berlinguer o ai baffi di Walesa pasionario di Solidarnosc. Due ritratti: il primo è firmato da Marzio Sesti e Teho Teardo, il secondo dal maestro del cinema polacco Andrzej Wajda. Personaggi fatalmente su fronti opposti e paradossalmente contigui, Berlinguer e Walesa messi vicini sembrano raccontare l’epopea di uno sconfitto e quella di un vincitore. Poi la Storia, si sa, avvolge le pieghe ed altre le liscia e allora i contorni ex-post si fanno più sfumati e a volte sorprendenti.
E così, tra vincitori e vinti, tra segreti e bugie, si arriva ai primi anni del nuovo secolo. Allora può capitare che ci sfrecci di fronte Lance Armstrong, veloce come le sue bugie. Lo statunitense Alex Gibney lo immortala mentre si prepara per l’ottavo tour de France. Aveva già vinto tutte e sette le edizioni precedenti, l’inafferrabile ciclista americano. Tutte tolte l’anno scorso per essersi dopato con la stessa velocità delle sue due ruote. E’ The Armstrong Lie. Amara fine corsa.

Corriere del Veneto

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...