“Venezia addio. Chiudo il palazzo e vado via”

ottobre 12, 2013

«Potremmo abbandonare la città»: lo dice con il suo modo pacato Maurizio Sammartini. Eppure fa una certa impressione sentirlo parlare così perché è il discendente di una delle più antiche famiglie patrizie. Dall’ultimo Pisani Moretta lo separano quattro generazioni di donne. Famiglia di procuratori, capitani e dogi.
Fino ad ora a lasciare la città d’acqua erano quelli dei sestieri più popolari e di classe media. Se ne sono andati in tanti. Oggi a Venezia si contano poco più di 57 mila residenti. Troppo costosa e quasi invivibile. E i nobili? Per trovare un precedente bisogna risalire alla caduta della Serenissima per mano di Napoleone. «Erano avviliti. Si rifugiarono in campagna. Non potevano fare più nulla per la loro città». Ed ora? «Ecco, ci sentiamo di nuovo avviliti».
Vista da qui Venezia sembra sfigurata. Stordita da frotte di turisti. I canali sono un teatro di ingorghi, persino tragici, tra motoscafi, taxi e gondole. I vaporetti così zeppi che a fatica caracollano in acqua. Le grandi navi da crociera che mettono a rischio la fragilità della laguna. «Devo tener chiuse le finestre del salotto, perché non riesco a sentire quando mi parlano al telefono. Il Canal Grande sembra la tangenziale».
Per capire la Venezia di oggi bisogna anche guardarla da palazzi lussuosi come questo e con gli occhi di chi, sia pur privilegiato, sente sulle spalle la responsabilità di secoli di bellezza e splendori. E si sente schiacciato dalla paura di non poter reggere quel peso, di rimanere solo, senza l’aiuto dello Stato e privo degli antichi saperi della città.
Le finestre del mezzanino guardano Sant’Angelo. Ora è l’appartamento del proprietario, ma un tempo era la testa pensante del Palazzo. Da qui i contabili controllavano i magazzini pieni di riso in arrivo via fiume dall’entroterra. Per questo dalla cucina si può osservare l’androne dove campeggia lo stemma seicentesco di famiglia. Quello dei Pisani Moretta era un leone ritto su due zampe, metà bianco e metà azzurro.
Maurizio Sammartini ha ereditato il palazzo nel 1968. Restaurato, ospita i ricevimenti più esclusivi, che servono per contribuire alle enormi spese di manutenzione. Qui ogni anno si apre il più lussuoso party di carnevale, il Ballo del Doge. Alla storia è passata pure la cena del 1980, il primo summit dei grandi in laguna che stringevano le posate d’argento, timbrate dalla Zecca e usate anche dai coniugi Bonaparte. Tutti vincolati dalla Sovrintendenza. Compresi i letti dei proprietari, due raffinati Luigi XVI e le antiche coperte di lana e seta «che abbiamo provate, ma sembravamo imbalsamati, tanto sono pesanti».
Una Venezia amara sfila nei 3 mila metri quadri del palazzo. Perché? «Guardate le porte. Di anima di abete, con radica di noce, fuse una alla volta. Non c’è più nessuno che me le restauri», confessa Sammartini. Indica i tendaggi, alcuni consumati dal sole: «Sono 60, da 6 metri. Li laviamo noi, due volte l’anno, ma fino a qualche anno fa c’era la lavanderia di Sant’Aponal».
Si gira: «Per la foglia argentata degli specchi chiamavo il signor Luciano, ma ha chiuso bottega». Entra nella stanza della musica. Le porte laccate in verde con decori floreali: «L’artigiano non c’è più. Le dovrei mandare a Firenze dentro le casse di sicurezza». E le cornici? «Hanno sul bordo una fila di perline in legno, uscite una per una dal tornio, forate e infilate in uno spaghino. Ho un intagliatore in campo San Tomà, finché resiste. Ma il doratore ha già chiuso l’attività».
Altri tempi: «Cimarosti il marmista, detto Pavarotti, è stato il primo ad arrivare. Mi ha detto: “Chi entra nel palazzo, fa parte del palazzo”. E così è stato fino alla fine». E’ uno stillicidio. Marmisti, vetrai, doratori, decoratori, tessitori non ci sono quasi più. E’ un corpo enciclopedico di saperi che la città sta perdendo irrimediabilmente.
Poi ci sono i costi di manutenzione. «Un piccione è andato a morire nella grondaia. L’acqua ha tracimato ed è scesa dalla canna del camino. Devo trovare un artigiano che mi rifaccia gli stucchi. Ci vorrà un mese». Bisogna invece montare un’impalcatura fuori in calle, per lavare le finestre all’inglese, in larice di metà ‘700, funzionanti anche se con spifferi. Ancora: «riparare le sedie in paglia di Vienna costa un euro a foro: ne ho contati 350 per ciascuna». E così via, fino ai pavimenti, ai marmi, alla facciata, al tetto.
«Il fatto è che gli sgravi fiscali sono quasi scomparsi e così i contributi per il restauro. Poi è arrivata l’Imu e ora la tassa sui rifiuti a metro quadro. Una follia». E’ un attimo: «Sotto gli austriaci la pressione fiscale era così forte che in tanti hanno abbattuto le ville. Sono rimaste solo le barchesse». Il palazzo dei sogni è diventato un incubo. «Aver ereditato si è trasformato in colpa». Ecco perché, nella stretta della crisi e nello stordimento per la deriva della città, la fuga è tornata come possibilità anche per la decina di famiglie-superstiti dell’alto lignaggio. «Un tempo i gondolieri del palazzo erano i custodi dell’argenteria. E il patrizio faceva da padrino ai loro figli. C’era un patto di fiducia, uno con l’altro, tra alto e basso. E’ finito tutto».

Io donna/Corriere della Sera

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