Le radiografie del Settecento

Radiografata nei suoi movimenti di barche e commerci, nei cieli sopra le isole, nel brulicare di vita sulle fondamenta, nelle cerimonie scintillanti, Venezia è un feticcio sulla punta di tanti pennelli. E’ il Settecento.
Tappa obbligata del Grand Tour, non c’è viaggiatore europeo che non voglia portarsi a casa una veduta di questa città irreale, sospesa nella laguna, malinconicamente protesa al tramonto della sua Serenissima indipendenza. Canaletto ne sarà la firma più sublime. E con lui le sfumature di maestria di Bellotto e Guardi.
Ma l’esposizione ci suggerisce che forse tutti loro hanno un debito. Con un olandese: un disegnatore al seguito di un ingegnere idraulico, cui è stato commissionato lo studio del piano di navigazione del Tevere. E’ il 1675 quando Gaspar van Wittel arriva a Roma. Osserva attento la città e nascono opere come la Veduta di Piazza del Popolo a Roma: la piazza si apre a dismisura alla vista, grazie alla camera oscura. La dipinge così com’è, nessun alcun eroismo.
Approccio scientifico e visione del reale, apertura e cartografia poetica: non si sa se Canaletto, dopo aver smesso di dipingere scenografie, andando a Roma nel 1719 abbia conosciuto i lavori di van Wittel, ma si riconosce quella stessa miscela che lui porterà a vette di virtuosismo.
Nel Bacino di San Marco del 1738, prestito d’eccezione dal Museum of Fine Arts di Boston, Canaletto abbassa la linea dell’orizzonte rispetto ad una veduta simile dell’olandese e il cielo allaga la tela, che poi diventa sua cifra pittorica, impreziosita di giochi di luce che via via si fanno più sofisticati. Scienziato e poeta, Canaletto ferma una Venezia quotidiana, increspata di vele e gondole (come ne L’isola di San Giorgio vista dal Bacino di San Marco, 1730-32), una folla che si fa dettaglio minuzioso di corpi in movimento, sotto campanili, campi e ponti (come in Veduta di Piazza San Marco dalla torre dell’orologio, 1731).
Lui manovra la macchina oscura in giro per la città come un oggetto pensante e razionale (in mostra c’è un esemplare inglese proveniente dal Museo nazionale del cinema di Torino). Accosta fermo-immagini che l’occhio nudo non riesce a dilatare, cucendo panoramiche mozzafiato e al limite del possibile. Custodisce una montagna di disegni che poi riutilizza, reinventando dettagli ed atmosfere.
Nella sua équipe, a metà secolo, c’è Bernardo Bellotto, che poi gira l’Italia e si cimenta con proprie opere. Lui sembra accorciare lo sguardo: entra nelle calli, si ferma sui gesti minuti, popolani e quotidiani. E ancora diversa è la Venezia di Francesco Guardi: una città che è stretta dalla velocità della Storia, con una pungente sensazione di resa, certa che qualcosa di inevitabile stia per succederle. La si può osservare dalle vedute di San Giorgio Maggiore dal Molo (1760-65), il Canal grande con il ponte di Rialto (1758) e soprattutto Palazzo Barbarigo Loredan dell’Ambasciatore (1780-84). «Una Venezia avvolta da un colore e da una luce filamentosi – scrive Goldin – drappeggiati da un’aria più ingolfata d’afa. Tutto sembra sul punto di sciogliersi».Restano i Capricci, che fantasticano scenari improbabili dentro un immaginario rococò: ecco L’arco di trionfo in rovina sul bordo della laguna o la Basilica vicentina accanto al ponte di Rialto. Un piccolo lezioso delirio, che tuttavia racconta qualcosa di carsico ed incomprimibile: l’irruzione dell’artificio nella realtà.

Corriere del Veneto

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