Verso Monet

 

L’inglese William Hazlitt, impressionato dalle opere di Nicolas Poussin, scrive nel 1821 che il pittore francese a metà ‘600 è capace di «vedere la natura attraverso la lente del tempo», tanto è vitale quella miscela di passato e presente con cui coreografa i paesaggi nelle sue tele. All’alba del 1900, un altro francese, Claude Monet, comincia a dipingere le sue ninfee. E’ da tre anni che le coltiva e il giardino di Giverny ha ormai assunto la forma immaginata a lungo. Anche Monet sembra attraversare la natura con «la lente del tempo», manipolandone i piani del vero e del falso. L’inizio e la fine della mostra si confidano segreti.
Mano a mano che si passa da una sala all’altra nel Palazzo della Gran Guardia di Verona, prende forma l’incedere nella storia del paesaggio imbastito da Marco Goldin.Costruita con la semplicità della cronologia, ma ricca di rimandi e sottotesti, forte di una chiave di lettura aperta e di un bell’impianto teorico, Verso Monet (26 ottobre – 9 febbraio, poi a Vicenza in Basilica Palladiana dal 22 febbraio al 4 maggio), impressiona innanzitutto per il numero di capolavori (105) scovati in quasi 40 musei e collezioni, dal Museum of Fine Arts di Boston al National di Cardiff, dal van Beuningen di Rotterdam alla Hamburger Kunsthalle.
Cinque sezioni. Il ‘600 dal doppio registro: i miti classici con la natura che fa da fondale per Salvator Rosa, Domenichino, Claude Lorrain, Nicolas Poussin e lo sguardo sul vero, la finestra sul cortile ventoso degli olandesi, Jacob van Ruisdael in testa.
E’ proprio dal nord che arriva in Italia il ‘700 illuminista e poetico che nelle mani di Canaletto si fa trionfo di vedute serenissime. Da lì ci si immerge in una natura che comincia a vibrare tra Romanticismi e realismi. Un maestoso Mare al chiaro di luna di Caspar David Friedrich annuncia questa terza sezione. A fianco, un fantasmatico e rarefatto William Turner, Paesaggio con fiume e montagne in lontananza.
Poi la rottura impressionista: tutti “en plein air”, immersi nella foresta di Fontainebleau o le spiagge della Normandia, gli squarci di luci, i colori che diventano una festa, i segni nervosi, fino alle invenzioni anti-prospettiche di Cézanne e alla visionarietà di van Gogh.
Ai 30 Monet, infine, una sezione tutta per sé. «Perché nessuno meglio di lui – riflette Goldin – ha vissuto il paesaggio incarnando il mutamento di sguardo, di sensibilità, di rappresentazione».
Cinque tappe per un viaggio. Alla fine ci aspetta una tela appesa in solitudine, su cui fa capolino una delle rare foto di Monet ormai vecchio, nel suo giardino di rose. Pare osservarci. Adocchia quel suo dipinto del 1918. E’ il Salice piangente, dove lui stesso sembra voler affondare, tanto è il groviglio di materia pittorica che ci costringe a compiere salti in lungo ben dentro il ‘900.
Tra i paesaggi, dunque. Dove la natura è selvaggia o bucolica, poetica e languida. O incistata nelle invenzioni, storie mitiche e palazzi. Attraversata da sentieri semplici e poi da irruente ferrovie. Riprodotta in studio o sulle scogliere o divaricata da camere ottiche e cartografata con minuzia. O dove tutto all’improvviso si inquieta e si fa immagine mentale, si illumina di luoghi dell’inconscio o presenze del divino.
Un viaggio di due secoli, tra giardini irreali, valli sconfinate, lagune zeppe di galere, spiagge, canyon e fiordi, boschi unti di sole e intarsiati di ombre, ponti e campi di grano. Il paesaggio di questa mostra è come un grande macchinario scenico. Scivolano le immagini mentre si muovono i telari, le luci, le strutture visive. Si altera la percezione di spazi e luoghi. La natura stessa qui è sempre un punto-croce di vero e di falso.
Goldin ci propone il cadenzare cronologico, ma sembra invitarci ad un andirivieni tra le immagini, per verificare ipotesi, ritrovare dettagli, scoprire rimandi. Ritornare magari alla Veduta di Diemen, lirico Rembrandt del 1650 o abbandonarsi nel 1889 nell’Uliveto dai tronchi blu di van Gogh. Sentire, come Guy de Maupassant, la casa tremare dal mare in tempesta mentre Gustave Courbet nel 1869 ne dipinge le Onde con la faccia schiacciata sulla finestra. Farsi sopraffare dal Temporale sulle Rocky Mountains nel 1859 di Albert Bierstadt o ammutolirsi sotto il cielo di Alkmaar che sovrasta van Ruisdael nel 1670-75. Cogliere la smisurata prospettiva di Canaletto di una Piazza San Marco del 1731 o farci issare da Cézanne in verticale su La montagna di Sainte Victoire del 1885-87. E infine smarrirsi in tutta la parabola di Monet.

Corriere del Veneto

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