L’ultima merlettaia

«Questa è un’arte che sta morendo», dice subito Emma Vidal puntandoti i suoi occhi color laguna. Mostra un rosone in toulle che sta ricamando. Fissato al cuscinetto, danza attorno al disegno, riprende l’ordito. E’ grande neanche dieci centimetri. «Immaginate un intero velo da sposa così. Non si potrebbe commercializzare, dovrebbe restare quello che è: un’opera d’arte». Emma Vidal è la decana delle merlettaie di Burano. Ha 97 anni e la leggerezza di un’adolescente. Lei tuttavia preferisce definirsi un’artista.
E forse per questo, con altre merlettaie, lavora ogni giorno al museo. Come una performer resta sotto gli occhi dei visitatori un paio d’ore la mattina e un paio il pomeriggio al primo piano del palazzo che fin dal 1872 è votato al merletto. Così decise la nobildonna Adriana Marcello, «sotto l’alto patronato di Sua Maestà Regina Margherita», si legge su una vecchia cartolina.
Emma muove le mani sicure e precise. Non porta gli occhiali, ci vede benissimo. Minuta, i capelli raccolti, è seduta sulla sua sedia a fianco di una grande vetrata che dà su Piazza Galuppi, i piedi appoggiati sullo sgabellino.
La si vede in una foto poco più che ventenne. E’ il 1940. Le ragazze della scuola riempivano due intere stanze, sotto lo sguardo delle suore dell’isola. «La maestra si chiamava Sinigallia – ricorda – La superiora Domenica era grande e grossa».
«Erano tempi di miseria. Non c’era acqua, né luce, né gas. Mio padre quasi non l’ho conosciuto. Mia madre ha lasciato me e i miei due fratelli alla suocera. Tre piccoli randagi. Io conoscevo questo posto, venivo a preparare le “bronse” per gli scaldini». E i fratelli? «Uno è sopravvissuto ad un campo di concentramento. L’altro prestava servizio nella casa di un comandante fascista. E’ tornato terrorizzato. Ma ora non ci sono più. Sono sola».
Non si è mai sposata Emma: «E ne avevo di giovanotti! e anche da vecchia!», gongola. E’ religiosa, in compenso: «Mi sono dedicata a Gesù. Lui non mi lascerà mai. Non me ne sono pentita».
Di un paio di uomini ha un ricordo vivissimo: «Erano gli unici uomini della scuola. Uno preparava l’ordito a mano. Lo chiamavamo Pier de le galline. L’altro era il disegnatore, Vittorio detto Mìstio. Disegnava sulla carta velina verde con una perfezione impressionante. C’erano credenze piene di disegni». Un patrimonio custodito ora a Palazzo Mocenigo, a San Stae tra gli archivi di tessuti, almeno un migliaio di merletti antichi e il doppio di disegni.
«Molte donne vorrebbero imparare, ce lo chiedono soprattutto le “foreste”», ammette Emma. Il problema è che non ci sono corsi. E comunque, tutti si chiedono, quale mercato troverebbero merletti così costosi? Forse il settore del lusso e dell’alta moda, ma il feeling deve ancora scattare.
Così, per il momento, nei negozi di Burano quasi tutto è made in qualche posto d’oriente. «E spesso i turisti credono di comprare i nostri lavori e invece è tutto industriale e di cattiva fattura», è amara Emma. Incomparabili con i pezzi, alcuni anche del ‘600, custoditi nel museo.
Restaurato e rilanciato dalla Fondazione Musei Civici, con un flusso quotidiano di 100/150 visitatori al giorno, la struttura sfoggia un nuovo allestimento e ospita artisti che in questa storia trovano ispirazione. Certo, una matriarca del merletto come Emma magari li guarda con un po’ di sospetto. I suoi migliori lavori se li porta nel cuore: «La culla di Maria Pia di Savoia e l’emblema vescovile di Paolo VI».
A vederla lavorare al Museo, assieme alle altre, fa una certa impressione. Sembra una coreografia. Lo ha pensato anche Ambra Senatore che a giugno per la Biennale Danza le ha portate al Teatro La Fenice. «Io non potevo, avevo un po’ di acciacchi», confessa Emma un po’ delusa. Poi ritorna a puntare i suoi occhi: «Ma vogliamo parlare di arte o della mia vita? Perché la mia storia non ve la racconterò mai».

Corriere del Veneto

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