Le parole di Haim Baharier

«Ho lavorato strettamente con uno dei più importanti manager italiani. Ero una specie di personal coach. Ma non condividevo molte cose e abbiamo finito per separarci. Alla fine potrei dire che servo a non aver ragione». Haim Baharier racconta un fallimento per cercare di spiegare il lavoro che fa. Ed è davvero difficile immaginare uno dei più grandi esperti di ermeneutica ebraica assieme a professionisti ed imprenditori che riempiono i teatri di mezza Italia quando lui fa capolino.
Haim Baharier sfugge a qualunque categoria. Narra aneddoti («che di per sé non si possono spiegare, ma bisogna lasciarli depositare dentro») ed evoca l’esilio «che inizia col silenzio. Quando riprendi voce bisogna farlo con cautela, perché la voce ripara ma anche separa».
Ecco l’orizzonte intimo di Baharier: la cautela, la modestia, la claudicanza, la ritrosia. Nato 66 anni fa a Parigi da genitori reduci dalla Shoah, è un matematico, uno psicanalista e un filosofo che dopo aver diretto l’azienda di famiglia ha cominciato a formare manager. A Venezia invece parlerà del “Decalogo”, all’Ateneo Veneto, da oggi e per quattro martedì (il 26 novembre, il 3 e il 17 dicembre, ore 18, ingresso libero), ospite del Centro veneziano di studi ebraici internazionali.
Perché sbagliamo a chiamarli “i dieci comandamenti”, professore?
«La traduzione esatta è “parole”: non contengono imperativi, non c’è nessuna imposizione. I verbi sono al futuro: non ucciderai, non ruberai… Quei verbi riferiscono di promesse che si realizzano».
Lei suggerisce che ci sia una parola tra nove premesse e nove promesse. Cosa significa?
«Le premesse si riferiscono a come una persona si struttura nel corso della sua vita per essere in grado di ascoltare la parola, ovvero “Io sono Adonai il tuo Elohim” che apre il decalogo. Se rispettiamo le premesse e accogliamo la parola, le nove promesse diventano reali».
In tutto questo non c’è sacralità, ci spiega lei, perché non c’è mistero. E’ così?
«Certo, perché dove c’è mistero c’è indagine, quindi una risposta. Io non conosco risposte. Ho solo domande. Eppoi continuo a pensare alle parole di mio papà quando avevo 6 anni».
Cosa le ha detto?
«Mi portava per lo Shabbat in un piccolo tempio di reduci dalla Shoah. C’era una atmosfera terribile, tutti reduci di Auschwitz, Bergen Belsen, Treblinka. Avevo paura. Un giorno, mettendo lo scialle di preghiera, mio padre mi disse: “non farti così piccolo, non sei così grande”. Ho capito molto dopo: non mi stava dando neanche la possibilità della timidezza, ma aveva portato tutto sul piano etico. Mi chiedeva di avere il senso della modestia».
Per questo una delle sue parole-chiave è la “ritrosia”?
«Sì. Ho cercato di introdurre nel dibattito i concetti di ritrosia, di economia di giustizia e pure la claudicanza come aspetto della condizione umana».
E’ questa la mappa che porta in dote ai manager storditi dal loro lavoro?
«Prendiamo l’etica. E’ come le boa in mare che segnalano gli scogli: sono un punto di riferimento sicuro, ma la loro forza sta nella libertà di fluttuare. L’etica è quel movimento, la morale ti fa invece calcolare e ponderare la distanza da quegli scogli. Ad ogni modo io semino solo dubbi. Detesto le certezze».

Corriere del Veneto

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