Il museo sugli argini del paesaggio

Ci si arriva dalle strade che corrono sugli argini dei canali, almeno tre metri sopra le distese dei campi. Ogni tanto si incontra un’idrovora. E dietro le vetrate di questi splendidi edifici di primo ‘900 si intravedono le pompe d’acqua. Nel Veneto orientale tutto è emerso dalla bonifica, forse la più imponente tra le grandi opere realizzate davvero.
C’è sempre qualcosa di sorprendente, da queste parti, che sbuca improvviso. Compreso il fatto di trovare a Sant’Anna di Boccafossa, località di Torre di Mosto, 230 abitanti, tele di Burri, Deluigi, Castellani, Vedova, Afro, Music. Erano le stanze di un’ex-scuola elementare, due edifici collegati da una tettoia dove ora svetta un’installazione d’arte. Siamo al Museo del Paesaggio.
Le campagne d’inverno a riposo sono macchie geometriche che sembrano le tele di Rotkho o i reticoli di Mondrian. Lasciano immaginare cosa siano d’estate, quando si riempiono di girasoli, di grano punteggiato da papaveri, file di pini marittimi e boschetti di pioppi attorno ai fossati. E’ immerso silenzioso in questo orizzonte lungo e piatto il Museo.
Sono state decine le mostre realizzate in sei anni di attività, fino a 10 mila visitatori l’anno, «cercando di dare voce al paesaggio, aprendo immaginari, registrando il visibile, educando all’interiorità», come dice appassionato Giorgio Baldo che lo dirige. Da quest’anno è anche sede dell’Osservatorio sul paesaggio, che dovrebbe monitorare e mappare, essere una sorta di sentinella del territorio. Il Museo ci aggiunge anche «la capacità che ha l’arte di dare strumenti sorprendentemente utili a chi governa il territorio», continua Baldo.
Prendete la mostra che è in corso (prorogata fino al 6 gennaio, visite su prenotazione). Tabula rasa si intitola. E’ curata da Stefano Cecchetto, che ha pensato di riprendere l’intuizione dello spazialismo, tra gli anni ’50 e ’60: «Allora il mondo si stava trasformando velocemente – dice Baldo – Oggi non ci troviamo dopo una crisi, ma dentro e mai come ora abbiamo bisogno di nuovi alfabeti».
Chiave di questa come di altre esposizioni del museo, è la miscela di importanti firme del ‘900 che qui arrivano da grandi collezioni private, assieme ad artisti contemporanei, spesso emergenti e “local”. Così si possono incontrare i paesaggi interiori di Tancredi Parmeggiani nella metà degli anni ’50, i grattage di Mario Deluigi degli anni ’70 e la vetroresina nera di Angelo Bonalumi che si fa corpo scuro in quel crinale di anni ’60. I campi esteroflessi e puntonati di Enrico Castellani e i giochi ottici e strabici di Victor Vasarely.
Accanto ad un simile parterre, una serie di lavori recenti di artisti (molti veneti) che si confrontano con la geografia dello spazio, magari utilizzando versatili i linguaggi fotografici. Esemplari sono gli assoluti di pieni e vuoti, dal deserto di Atacama ai ghiacciai della Patagonia di Luca Campigotto. O le raffinate ri-composizioni, teatralizzate da Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto. Paolo Coltro, invece, coglie tegole, linee, edifici, muri con un effetto molto pittorico e sorprendente. Mentre Andrea Morucchio i boschi tenebrosi, gli alberi seghettati da linee di colore. Oppure gli scorci e gli skyline tridimensionali, pop, giocosi e allusivi di Milano o Beirut creati da Francesco Candeloro. O le polaroid diafane su Berlino di Andrea Rinaldi.
Sguardi su una moltitudine di paesaggi, dunque, che si alzano da questo Museo sperduto nella campagna veneta. Qui si aspetta primavera, quando l’orto botanico e la fattoria didattica di fronte si infiammeranno di colori e profumi e di filari di lavanda e l’aria si farà pungente di menta, timo, ribes. Tra le tante idee in agenda anche l’arrivo di giovani curatori, che avranno per un mese la possibilità di immergersi in questo paesaggio e mettere in scena ciò che vedono. Oltre le idrovore e il Livenza che scorre a fianco.

Cult/VeneziePost.it

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