Le gallerie delle meraviglie

dicembre 15, 2013

Si entra in un bunker che è la regia di tutti gli impianti tecnologici. Il Canal Grande scorre quasi a un metro sopra la testa. Qui hanno scavato il più grande interrato della città. Una città immersa nell’acqua.
Quando si sbuca dal tettuccio scorrevole ad altezza pavimento, ci si ritrova nel grande cortile attorno al quale, tra il 1561 e 1563, Andrea Palladio si diverte a declinare gli ordini dorico, ionico e corinzio, sovrapposti su tre livelli, così come li troviamo nel suo I Quattro Libri dell’Architettura.
In un angolo, alzando gli occhi, la scala pensile di Tobia Scarpa ci fa dimenticare che è solo una via di fuga. E a fianco ci si può immaginare seduti al plateatico della caffetteria, mentre di fronte scorre la panoramica di infilate, corridoi, stanze, archi e bassorilievi.
Benvenuti alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Nuove o Grandi, chiamatele come volete: in realtà visitarle significa percorrere un intero isolato. Qualcosa che nessun veneziano, che non fosse studente o prof all’Accademia di Belle Arti di un tempo, ha mai fatto da inizio Ottocento.
Sono passati otto anni dall’inizio dei lavori e venti dall’idea, da quel giorno che la Fenice in fiamme ha scosso tutti e posto il problema del disegno della città. Spostate le aule dell’Accademia, grazie al restauro degli Incurabili di fronte alla Giudecca, il grande complesso di S.Maria della Carità è stato messo a soqquadro.
Regista di tutta l’operazione è proprio Renata Codello. Bersaglio in questi anni di mille polemiche, questo intervento in particolare porta la sua firma. Lei ha preso in mano il progetto, per il quale si è avvalsa di Tobia Scarpa, e ha diretto personalmente i lavori.
Questa enorme operazione di restauro, che si aprirà al pubblico da mercoledì prossimo (con un convegno, dalle 15.30), si presenta raffinata nello sguardo, colta e curiosa nella lettura degli spazi, filologicamente accurata, elegante nel vestito contemporaneo che ha saputo cucire. Ed è anche l’esempio virtuoso di un “pubblico” considerato inetto e borbonico. «Abbiamo scommesso su un modello inedito di progettazione – spiega Codello – che coinvolgesse tutti, dai vigili del fuoco alle imprese: con loro abbiamo studiato tutti i punti critici, costruito ipotesi intervento, trovate assieme soluzioni più efficaci e più economiche. Alla fine siamo tutti usciti con un know how completamente nuovo».
Il risultato è una tessitura di tracce, dal ‘300 al ‘500, dal rifacimento ottocentesco ai maldestri interventi degli anni ’50, reinventando l’atmosfera degli spazi, grazie anche alle suture di design che Tobia Scarpa innesta quasi in punta di piedi, dai moduli di luce alle lame che volteggiano sul soffitto e contengono dentro l’impossibile. Ovunque le pareti sono bianchissime e, dove non ci sono pannellature, la mistura di latte di calce e polvere di marmo lascia intravedere mattoni e pietre, mescolate su strati di tempo. Ne sbucano persino di 45 centimetri di epoca romana.
I nuovi spazi si aprono autonomi, al lato dell’attuale ingresso delle Gallerie. Il piano terra della Chiesa sono diventati tre spazi destinati ad esposizioni temporanee. In fondo l’abside, un tempo chiusa da un muro che ne occultava la bellezza. A fianco, salendo una scaletta, si può arrivare nello studio di Emilio Vedova con gli occhi che si gettano sul Canal Grande.
Da qui si apre l’ala palladiana: con i suoi corridoi lunghi e luminosi, è uno scrigno di oggetti architettonici che si fanno arte. A cominciare dalla scala ovata, la vertigine di scalini che si auto-sostengono su tre piani. E’ così, con i pezzi di pietra incassati nella muratura, dal 1560: «la più bella scala a chiocciola del mondo che non ci si stancherebbe mai di salirla e di scenderla», l’aveva definita Goethe nel 1786. E, ancora, il Tablino, la sacrestia laica, con la sua aria da rito un po’ misterioso.
Ogni volta che si gira lo sguardo, sono storie scritte sui muri. Renata Codello cita Ruskin: «Noi abbiamo il compito di conservare il patrimonio antico, ma anche di costruire cose degne di essere tutelate in futuro».

Corriere del Veneto

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