Tobia Scarpa: «Prima vedo la bellezza»

dicembre 20, 2013

«Ho l’impressione che pochi a Venezia avessero la consapevolezza di cosa c’era qui. Spesso non ci si rende conto della bellezza di un luogo. Ma basta entrare, ritrovare le affettuosità e si torna a casa felici». Tobia Scarpa, l’architetto che firma le Nuove Gallerie dell’Accademia, assieme a Renata Codello, parla con il suo modo lucido e trasognato di ciò che ha fatto. Il giorno dell’inaugurazione si aggirava con l’aria quasi spaesata tra la folla. Tutti a chiedergli qualcosa. «Dopo dieci anni abbiamo bisogno di raccontare», dice sorridendo.Questo luogo le avrà posto molte sfide.
«No, davvero. Non ho mai vissuto come sfide gli interrogativi che mi pongono gli spazi. Se li penso come sfide, significa viverli come problemi da risolvere. Invece prima vedo la bellezza, faccio delle ipotesi e non so mai se sono realizzabili. Mi piace solo il fatto di pensarle».
E’ stato così con l’interrato per gli impianti tecnologici nel cortile di Palladio?
«Quando ho proposto di scavare quasi mille metri quadri sotto il suolo, ci sono stati alcuni secondi di silenzio. Forse pensavano fosse una pazzia. In realtà era l’unica cosa fattibile. Avevamo bisogno di spazio e lo abbiamo preso dove c’era, sotto terra. Per di più non tocchiamo il lavoro palladiano, ma ne valorizziamo tutta la bellezza, la delicatezza e la perfezione che si erano perse nel tempo».
Lei dice: questo luogo è stato tanto maltrattato.
«Certo, quando hanno aperto l’Accademia i lavori sono stati devastanti. Prendete qui la chiesa: gli spazi sono sproporzionati, tagliata in due, posto un soffitto di travi che stronca la tensione verso l’alto, occultata l’abside da un muro che ora abbiamo tolto. Ma qui si doveva educare al bello, no? Così abbiamo fatto una cosa semplice: svelare e tirar fuori, riannodare i fili di questo grande e confuso arazzo. Era un atto dovuto. Vedete: estetica ed etica vanno di pari passo. Anche nella vita dovrebbe essere così, ma tra gli uomini è più difficile, forse è più facile con i santi».
E qual è il segreto per far dialogare il contemporaneo in uno spazio simile?
«Primo: la forma si deve adeguare alla tecnica e alle necessità tecnologiche. Non il contrario. Da qui le soluzioni per gli impianti, il disegno delle luci e delle lame sul soffitto che contengono tutto. Oppure la caffetteria: uno scatolone ricoperto di interi fogli di porcellana, smontabile in qualsiasi momento. O, ancora, la scala che sull’esempio della magnifica ovata sale per tre piani, assieme all’ascensore, su in terrazzetta, rendendo disponibile un altro spazio ancora».
Ma ci sono anche i suoi segni: ha disegnato ogni dettaglio.
«Quella fa parte di una sensibilità poetica che si allena, si tiene sempre in tensione. Io sono figlio di un grande architetto, lui mi ha insegnato tutto quello che so. Sono vecchio, ormai. E sono entrato in questo mondo da bambino. Quindi ho solo avuto molto tempo per osservare, riflettere, esprimermi».

Corriere del Veneto

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