«Il libro più cupo di Judith Butler»

gennaio 28, 2014

«Un libro denso, claustrofobico e volutamente fastidioso: è un libro-chiave di Judith Butler». Federico Zappino ci accompagna dentro il più cupo forse dei lavori della filosofa americana. De La vita psichica del potere (Mimesis, pp.254, euro 20), lui ha curato la traduzione e ci ha aggiunto due splendidi contributi, compresa una conversazione ricca di spunti e di riferimenti con Lorenzo Bernini, autore del recente Apocalissi queer per le edizioni Ets.
Zappino è assegnista di ricerca in Filosofia politica all’Università di Sassari. È sua la messa in traduzione di
Stanze private.Epistemologia e politica della sessualità di Eve K. Sedgwick (Carocci, 2011), l’altra matriarca del queer. Riconosciuta come una delle più importante filosofe contemporanee, Judith Butler nel nostro Paese sta vivendo una grande fortuna.
Butler scrive questo libro a qualche anno di distanza da
Gender Trouble, cioè lasua irriverente e rivoltosa riflessione queer attorno al genere, alla sessualità, alle identità. Perché questo lavoro invece è così cupo?
«È un’atmosfera che pervade tutto il libro e nel corso della traduzione l’ho sentita ben evidente, fisica direi, fin dalla sua architettura. Non sembra mai esserci una via d’uscita. Butler inizia analizzando la relazione servo-padrone di Hegel, un classico della filosofia moderna occidentale. Affronta Nietzsche e Foucault in modo quasi catartico. Poi si apre e respira con Althusser. E infine si chiude – e ci chiude – nella melanconia psicoanalitica. È una deriva di lutto: Butler conclude il libro dicendo che il potere che grava su un individuo è il potere in seno al quale lui stesso si origina. Ci lascia in una cupa ambiguità e con un senso di stordimento».
La tesi di fondo è infatti che ognuno di noi partecipa a creare i meccanismi di quel potere che poi subisce.
«Sì, c’è chi usa questo schema per giustificare abusi e diseguaglianze. Invece Butler lo trasforma in una domanda:
«in che modo ognuno di noi contribuisce attivamente a creare il potere che subisce?» E tenta di abbozzare probabili risposte, senza tuttavia esprimere un giudizio morale.
Nella dialettica servo-padrone di Hegel si presuppone che il sottomesso trovi un senso proprio in quella dinamica di assoggettamento e là si riconosce in un’identità e in un ruolo sociale. Di più: fuori da quella relazione non esisterebbe. Infatti quando da essa si sottrae e si ribella si sente smarrito. Si deprime, potremmo dire, si espone alla possibilità della morte».
E cosa aggiunge allo schema, Butler?
«Qualcosa di molto fertile, perché dipana il filo di varie genealogie che tra loro non hanno stretti rapporti di frequentazione: oltre alla filosofia del riconoscimento di Hegel, la decostruzione nietzschiana della morale, la psicanalisi freudiana e lacaniana attorno al lutto e infine la teoria del potere di Foucault».
E come li utilizza questi attrezzi così diversi?
«Lei vuole sondare l’interstizio tra lo statuto sociale della psiche dei soggetti e lo statuto psichico della socialità del potere: c’è in quella zona di contaminazione qualcosa di pulsante, che produce effetti nello spazio pubblico. Innanzitutto la melanconia che ci pervade nel momento in cui ci rivoltiamo alle norme: siamo catturati da qualcosa di cui non abbiamo pieno possesso, che si perde nei recessi. Finiamo per sentirci quasi in colpa, siamo completamente smarriti».
Ci viene da pensare che siamo degli ingrati, dunque.
«Sì, irresponsabili. La condizione di assoggettati ci è quasi di consolazione. In questo si svelano i meccanismi dell’insurrezione a tutte le norme, dalle forme di dominio capitalistiche e neoliberiste a quelle simboliche, compresi genere e eterosessualità obbligatoria. Il problema è: si possono rompere le norme senza esserne travolti? senza dover pagare un prezzo molto alto?».
Sembra quasi non ci sia via d’uscita.
«Judith Butler scrive questo libro nel 1997. Ha lasciato alle spalle gli esordi queer e deve ancora arrivare ai suoi recenti approdi filosofici.
Qui solo condensa alcuni punti. D’altra parte quella è la stagione dei lutti per Aids, sembra passata la folata di morte, non si additano più untori e vittime. Ora si fanno i conti dei morti e si guarda ai legami sociali, alle comunità ferite, alla sfera di cittadinanza. Lei sembra turbata da questo passaggio. E sembra quasi sul punto di decidere se gettare le sue forze su un orizzonte antisociale, anti-universale, di scontro con la società eteronormativa o se imboccare una riflessione sull’umano, prenderlo al cuore, utilizzare il queer per parlare dell’universale. In questo libro è come se lasciasse l’uscio socchiuso su questi due sentieri di indagine».
A distanza di anni, qual è secondo te il valore attuale de
La vita psichica del potere?
«Io credo, al di là delle cose che non dice, e che svilupperà in parte successivamente, che ci obbliga innanzitutto e con esasperante ostinazione a pensare alle relazioni».
«Alla qualità di
questo essere nelle mani degli altri e degli altri nelle nostre mani»: è quello che scrivi nel tuo saggio introduttivo.
«Sì, perché il potere è sempre una relazione ed è anche intriso di relazioni. Nelle relazioni di potere, che ogni giorno insceniamo e subiamo, ci tiriamo dietro le relazioni di cui siamo fatti, che ci danno una forma, addirittura un corpo.
Le relazioni, d’altronde, ci precedono: emergiamo in seno a un assoggettamento, per quanto ciò possa sembrare paradossale. Vi sono poi anche fasi della nostra esistenza in cui il corpo è totalmente nelle mani dell’altro. E non solo nell’infanzia, cui Butler allude esplicitamente. Dunque, mettere in discussione le norme, il potere, è una possibilità sempre praticabile, ma non è mai indolore, né è un atto eroico».
È per questo che Butler insiste sui meccanismi della psiche?
«Sì. E li porta fuori dal chiuso dell’individuo dove sembrano codici naturali, per dargli un valore e una costruzione sociali. Gesto che diventa eminentemente politico. Importante oggi visto il ritorno preoccupante dell’oggettività scientifica e in particolare delle neuroscienze, che stanno invadendo qualsiasi sfera del sapere: si va dalla neuro-etica alla neuro-economia. Il tutto sembra avere pochi altri obiettivi se non la rimozione delle ultime resistenze al neoliberismo. Una sorta di neuro-ideologia, amplificata anche dal senso di smarrimento provocato dalla crisi».
Dunque, il problema che ciascuno di noi si pone è: vale la pena lottare contro le norme?
«Butler ci dice che possiamo disfare le norme, che possiamo imboccare la strada dell’emancipazione, ma che allo stesso tempo riceviamo una disfatta. Distruggendo le norme, non sappiamo più cosa siamo, distruggiamo anche noi stessi. Ma a quel contraccolpo psichico e dunque politico che viviamo, in un lavoro successivo come
Undoing Gender aggiungerà: potrebbe essere il preludio di qualcosa di inedito, persino di migliore. Può valere sempre la pena lottare corpo a corpo con una norma che ci rende la vita invivibile. Può valere sempre la pena accarezzare l’idea di perdere quel poco che siamo per guadagnare – e organizzare – ciò che potremmo diventare».

DoppioZero

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