Salgado, meraviglia e dubbi

gennaio 31, 2014

Ci chiede di contemplare Sebastiao Salgado. Di lasciarci trasportare da una forza che c’è, solo che raramente percepiamo. Siamo così arrotolati dentro l’urbano, così frenetico e depressivo, patetico e rutilante, chiassoso e adulterato, che non riusciamo più a cogliere e a ospitare le visioni del mondo.
La sua genesi, appunto, batte là dove tutto duole. Otto anni da girovago, dalle steppe alla Patagonia, dentro le foreste e tra i deserti. Ovunque con l’irrequietezza di un rabdomante di bellezza. E con la fretta di chi è cosciente che tutto è fragilissimo, quotidianamente esposto alla catastrofe.
Gli oltre 30 reportage, i 240 scatti selezionati per Genesi, ultima fatica del grande fotografo brasiliano che l’8 febbraio festeggia i 70 anni, arrivano dunque a Venezia, alla Casa dei tre Oci. Un viaggio negli angoli reconditi di questo pianeta, dove la spettacolarità delle visioni lascia meravigliati, attoniti, stupefatti e un tantino confusi.
La natura: quella selvaggia e di inacciuffabile potenza. E quell’umanità che ha conservato la possibilità di starci in connessione, in uno stato di abbandono alle sue regole e alla trama dei suoi segreti. E per farlo si è sottratta agli obblighi della civilizzazione. O, per lo meno, è riuscita a sopravvivere alla mattanza civilizzatrice.
Ad accoglierci è l’impressionante iceberg tra le isole Paulet e South Shetland nella penisola antartica. La seconda immagine è il Cerro Torre della Patagonia argentina. Qualcosa di ciclopico. Ma anche di effimero, visto che è solo acqua ghiacciata. E pure di a-temporale, come se venisse da un sempre e da lì fosse destinata a tornare. Chi ha visto la potenza di cascate come quelle di Iguazù tra Brasile e Argentina o la magnitudine del salto del Ichun-Prarara nell’intrico dell’Amazzonia venezuelana può testimoniare il pianto irrefrenabile che sale da dentro, la piega più contigua a qualcosa di immanente e di sacro.
E’ questa la grammatica visiva che Salgado ci ha abituati. E che usa, da fotoreporter globetrotter, immortalando quella che chiamiamo natura e sono i motori del mondo, le nostre riserve d’acqua e d’aria, le risorse previdenziali per le future generazioni di umani. L’ha divisa in quattro sezioni la sua “Genesis”: il Sud e il Nord, l’Africa e l’Amazzonia. In questi quattro versi l’ha girata, camera in spalla, moglie a fianco, su due piedi o in elicottero, osservando tutto ciò che poteva rinviare all’ancestrale, a un qualche indizio del principio, appunto.
L’immane ghiacciato fiume Ob siberiano, gli occhi del giaguaro a Porto Jofre nel Mato Grosso, i 36 mila km quadrati di onde nel deserto della Namibia, la furia degli elefanti nel Kafue National Park in Zambia. La natura di Salgado appare sempre magica e pacifica contro il rumore inutile e la bulimica avidità degli umani. Non c’è traccia, infatti, nei suoi scatti di una ferocia che pure innerva la fisiologia del mondo. Chi ha vissuto, ad esempio, almeno una volta nella vita la terra tremare in Cile, lungo la faglia continentale, con la forza che esplode ogni quarto di secolo, può sapere il fuoriscala terrorifico che avvolge tutto, come una bufera senza freni e l’odore di morte che impregna le narici. Di questo non c’è traccia nella natura di Salgado. Ma lo si può avvertire.
Lui ha speso anni infilandosi nei villaggi delle savane, negli anfratti della selva dove ancora sono rifugiati popoli quasi sconosciuti, si è calato tra le case di ghiaccio e nelle dimore temporanee sferzate dai venti di sabbia. Da lì sono sbucati, impressi nelle sue grandi immagini, gli Zo’è nudi con solo il tipico poturu nella selva amazzonica o i Nenets imbacuccati nel freddo artico, le donne Mursi e Surma in Etiopia con i piattini divaricatori innestati nelle labbra o i Dinka immersi di cenere che guidano le mandrie di mucche dalle grandi corna.
Eppure, è difficile dire come riesca Salgado a sottrarsi dal precipitare in un esotismo frastornante e in una stucchevole antropologia della meraviglia. Possiamo davvero associare oggi alla parola Africa la sola immagine delle ragazze etiopi in posa nella miseria del villaggio Surma col volto dipinto di bianco? O è il nostro modo di dire Africa, di introiettarla e di riprodurla, per non sentirci incomodi e disturbati, come l’orientalismo spiegatoci mirabilmente da Edward Said? E se la genesi stessa fosse qualcosa di molto più prismatico, scivoloso e incattivito?
Salgado ci chiede silenzio. Strizza via il colore del reale nel trionfo di bianco e nero che l’ha reso famoso, con i suoi contrasti di luce, le mimetizzazioni tra viventi e una corsa drammatica verso un’idea di innocenza. Per questo, alla fine, non finisce mai di ammaliarci.

Corriere del Veneto

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