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Sotto il cielo d’Olanda

Nell’epoca della piccola glaciazione gli inverni sono lunghi, sferzati dai venti freddi, coperti di gelo e virati di opaco. Un’interminabile stagione livida di freddume dalla metà del 1500 si protrae sull’Europa del nord per più di due secoli. L’Olanda non può che scivolarci dentro. I suoi pittori ci consegnano così decine di lavori, meticolosi nei dettagli, vivide geografie quotidiane di quell’eccezionale coperta di freddo. Siamo nel secondo percorso dell’esposizione bolognese.
Se i famosi pattinatori di Avercamp ci sono sempre sembrati divertiti sulle lastre ghiacciate dei canali, Jacob van Ruisdael coglie il verso spettrale in un suo “Paesaggio invernale” dipinto tra il 1660 e il 1670. Il senso di smarrimento viene amplificato dalle piccole dimensioni del quadro, dove tutto sembra immobilizzato dagli strati di neve gelata precipitati sull’erba di una piccola salita, sul grande albero, sui tetti delle case, il porticciolo in lontananza e giù ancora la chiesetta che si intravede a malapena. E tra gli alberi alcune persone imbacuccate e quasi incredule di poter resistere sotto un cielo così plumbeo e incombente.
Ecco il cielo d’Olanda, quell’oceano di nuvole e luce che dilaga nelle tele dei suoi pittori virtuosi tra il XVI e XVII secolo e si abbassa anche fino a due terzi del quadro. E’ dello zio di Jacob, Salomon van Ruysdael la “Veduta di un lago con imbarcazioni a vela”: una sorta di panoramica filmica in cui tutto sembra muoversi, nubi festose a cumulo fino a cinque volte sopra la linea d’acqua, una terraferma pressoché introvabile e un mondo lacustre che si percepisce sconfinato e calmo. Qui si danno da fare pescatori quasi invisibili, eppure incredibilmente ricchi di dettagli come quel tocco di rosso nel riflesso della giacca di un uomo sull’acqua.
Si torna a Jacob: la sua “Veduta di Haarlem con campi di candeggio” ci fa immergere in un altro scenario di nubi che irrompono come ciclopi. Il pittore guarda dall’alto della duna di Bloemendaal la campagna piatta e irsuta di boscaglia, i casoni di campagna e in fondo lo skyline di Haarlem, dominato dalla Chiesa Grande, attorno alla quale gioca con gli oggetti architettonici.
Ruisdael toglie il campanile dell’ospedale del Santo Spirito, sposta i mulini a vento, cambia l’ordine degli edifici e le loro finestre, come un gioco di ricomposizione del paesaggio sulle sue corde estetiche. Ma sono le lunghe strisce di lino a dominare la scena, pur posizionate sulla parte bassa del dipinto. Eccoli i campi di candeggio di Lucas de Clercq, il mercante di Haarlem che qui realizza il miglior sbiancamento di lino d’Olanda, il che significa grandi affari.
E’ l’Olanda operosa. Le campagne umili affollate solo di mucche, scrofe, cani, tori e farfalle del giovane Paulus Potter. O il brulichio delle manifatture nei paesaggi come fossero della stessa materia di terra e di acqua, inventando un capitalismo affiorato dalla natura. Nella “Veduta del Reno vicino a Hochelten” del 1653, Jan van Goyen tiene sempre basso l’orizzonte aprendolo a nuvole dense e ventose, sotto cui c’è un ribollire di attività, traffici, cavalli, mercanti e pentole sul fuoco, viaggiatori e casse e vele spiegate. Il pittore risale il Reno, riempie quaderni di schizzi, arrivatici purtroppo smembrati, e fa il suo reportage d’arte sulla rinascita di un luogo cruciale, a pochi anni dalla fine di otto decadi di guerra tra la Spagna e le repubbliche olandesi.
Un mondo in fermento, il cui successo è testimoniato dal fiorire di palazzi come il Mauritshuis, attorno ai centri del potere su cui si posa sempre più lo sguardo dei pittori. Sono i ritratti urbani sulla vitalità delle città olandesi e l’ansia di mobilità delle sue classi sociali.
Le più alte, naturalmente, sono spesso impegnate in battute di caccia, come quella colta da Gerrit Berckheyde “nei pressi dell’Hofvijver all’Aja, vista dalla Plaats”. E’ il 1690: quello è tuttora il cuore della politica olandese.
Nella tela si muove in primo piano il corteo, con la precisione dei dettagli e dell’ordine simbolico dei soggetti sociali, i suonatori di corno, i gentiluomini a cavallo, i servi con cani e falconi. Sulle loro teste, da un cielo volubile è appena ricomparso un po’ di sole dopo un acquazzone che ha lasciato le pozzanghere sul selciato.

Corriere del Veneto

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