politica, società

Le barricate venezuelane

Se ha ragione Reinaldo Dos Santos, considerato un gran veggente in Venezuela, Leopoldo Lopéz «è un predestinato e un giorno sarà presidente: primo perché discende da Simon Bolivar, poi perché ha un cervello brillante e una voce differente».
Scuote la testa José, che invece è un giovane manager di una grande azienda vicino al grande centro commerciale di San Ignacio, quartiere bene di Caracas e simpatie per l’opposizione: «Tutti sanno che Leopoldo Lopéz è showsero y fanfaron, uno che ama dar spettacolo e spararla grossa, e di sicuro aveva capito che convocando la marcia del 12 febbraio davanti alla Procura Generale potesse succedere quello che poi è successo».
Leopoldo Lopéz è così. Amato e detestato. Di sicuro è il più odiato dal governo, che lo taccia di essere un fascita, un golpista, al soldo degli Stati Uniti e in combutta con la destra colombiana.
Lui, come sempre, non si sottrae allo scontro. Anzi, ogni volta rilancia. E così, inseguito da un mandato di cattura con l’accusa di aver ispirato gli scontri di questi giorni, Lopéz ha convocato una nuova marcia per oggi, 18 febbraio: «tutti vestiti di bianco, pacificamente, pronti a isolare gli infiltrati», dal quartiere bene di Chacaìto fino al Ministero degli interni.
Quarantatrenne, di ricca famiglia caraqueña, laureato in economia ad Harvard, per due mandati sindaco del municipio di Chacao, è stato interdetto dagli uffici pubblici con l’accusa di aver ricevuto fondi neri dalla società petrolifera alla fine della IV Repubblica, dove la madre era un’importante manager. I fondi sarebbero serviti per fondare il suo partito Voluntad Popular, che nelle ultime elezioni amministrative ha avuto un gran successo e che rappresenta l’ala più dura dell’opposizione venezuelana. Lopéz è di fatto il numero due della coalizione Mesa de Unidad Popular, dietro a Henrique Capriles, il candidato alla presidenza che nel 2012 è stato battuto da Hugo Chavez malato terminale e nel 2013 per un soffio dal delfino di questi Nicolas Maduro.
E’ ormai evidente come Lopéz e Capriles abbiano due strategie inconciliabili. Entrambi pensano che il sostegno al chavismo stia franando sotto i colpi della crisi economica, dell’inflazione fuori controllo, del collasso del sistema di distribuzione commerciale. Ma divergono sul come isolare il regime. Lopéz e con lui l’altra esponente politica simbolo dell’opposizione dura, Maria Corina Machado, scommettono sulla salida, sulla spallata al governo grazie a grandi e continue manifestazioni popolari, alzando i toni e pagando il prezzo degli scontri.
Per Capriles «convocare marce, senza obiettivi chiari e non sui problemi di tutti i giorni, rafforza il governo – ha detto domenica durante un’affollata conferenza stampa trasmessa via web – Si dovrebbe invece parlare a tutti quei settori delusi dal governo e dal chavismo: lì possiamo vincere». Non è difficile incontrare in Venezuela militanti disillusi. Mariana, una giovane funzionaria pubblica, «chavista da sempre», pensa che «qui hanno perso la testa e manipolato l’eredità di Chavez e in più sono incapaci di dirigere uno Stato. E’ ovvio che la gente scenda in strada, perché pensa che senza una san pablera dura, uno scontro forte, questi non capiranno mai».
Ma Capriles avverte anche i suoi compagni oppositori: «Non sono disposto a mettere in pericolo la vita dei venezuelani». La vita infatti ce l’hanno lasciata 3 uomini e decine sono stati i feriti, oltre a un centinaio di arrestati. Tutti puntano il dito sugli infiltrati, per primi gli studenti che «si sono trovati a fare da carne da cannone per la vanità e il cinismo di tutti i politici, del governo e dell’opposizione», racconta Fernando, da sempre di simpatie chaviste.
Chi siano questi infiltrati nessuno lo sa di certo, ma tutti hanno un’idea. Sono gruppi di motorizados, i tanti che scorribandano in motocicletta e sono i padroni delle strade di Caracas. Per il governo sono «bande organizzate dall’opposizione, come nel 2002,», l’anno del golpe che Lopéz non a caso sostenne, cosa che gli viene rinfacciata in questi giorni a pié sospinto. Per l’opposizione vengono dai colectivos, i gruppi radicali chavisti dei quartieri più politicizzati. Chiunque siano, tutti sono armati di pistole e dal grilletto facile.
Ma che qualcosa sia andato storto nella gestione dell’ordine pubblico di questi giorni, come denunciato dalle organizzazioni studentesche e da molte Ong, lo testimonia la decisione presa da Maduro di sostituire i vertici del Sebin, i servizi di sicurezza. Decisione che ha suscitato molto scalpore, ma dovuta – si dice a Palacio Miraflores – perché «il 12 febbraio non sono stati rispettati gli ordini di stare chiusi nelle caserme». In tante foto uomini armati dei servizi giravano nelle strade assediate e troppo vicini agli scontri.
Una grande tensione sta scuotendo tutto il paese. Mentre scriviamo non sappiamo come finirà la giornata, iniziata peraltro con una massiccia manifestazione dei lavoratori del settore petrolifero, organizzati dal partito socialista al governo, mentre mano a mano a Chacaito migliaia di persone si radunavano vestite di bianco.

Lettera43

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...