Verdone: «Nessuno meglio dei veneti ha capito noi romani»

febbraio 20, 2014

«So che un giorno ambienterò un film in questa regione, non so ancora cosa e dove ma di certo qui in Veneto». Parola di Carlo Verdone. Ieri a Mestre ha presentato nelle sale nuove di zecca dell’IMG al Centro Candiani il suo film “Sotto una buona stella” e che ha già conquistato il botteghino. Nel week end ha battuto persino George Clooney 4 a 1, contati in milioni di visitatori.
Sessantatre anni, romano, il regista e attore romano dice di aver realizzato una pellicola «difficile per i temi affrontati sulle generazioni che si incontrano. Difficile anche da girare, così teatrale».
Poi ci sono gli attori.
«Eh, sì. Paola Cortellesi, innanzitutto: bravissima, con un senso dell’umorismo simile al mio e tempi di recitazioni naturali, perfetti. E poi cast e troupe li ho voluti giovani: sono tutti straordinari».
Lei dice che questo paese ha un problema con le giovani generazioni…
«Sì. Quando vedo che otto amici su dieci dei miei figli sono andati all’estero e hanno fatto fortuna, a fare il cuoco in Finlandia o in uno studio legale a New York, beh, sono contento per loro. Ma so anche che non torneranno più. E questo è un problema»
Questo vuol dire che è anche più difficile ridere e far ridere oggi?
«Credo di sì. Io sono un osservatore della realtà e trovo in giro tanta solitudine. E’ cambiato tutto. E’ cambiata la poesia e quindi le relazioni umane. E’ pure vero che i maestri della commedia italiana hanno dato il meglio di sé in momenti drammatici della nostra storia».
Qual è dunque il segreto per fare una buona commedia?
«Credo sia quel senso della misura che evita di diventare troppo superficiali o seri o presuntuosi. Comunque una commedia ha sempre buone possibilità contro le pellicole holliwoodiane. Non succede sempre. Quando uscì il “Collezionista di ossa” mi sono detto: «questo è facile da battere». E invece….».
Il successo di un film come “La grande bellezza” di Sorrentino è un’eccezione o il cinema italiano è in buona salute?
«Credo che la chiave sia nel coraggio dei produttori quando scelgono le sceneggiature. Sorrentino, Garrone, ma anche Virzì e Tornatore, dimostrano che si possono fare gran bei film. Bisogna dare spazio a chi è bravo, dare una chance ai giovani, scommettere sulla qualità».
Venezia ha attirato tanti registi. Lei che rapporto ha?
«Me la ricordo tra gli anni ’50 e ’60. Mio padre era un dirigente della mostra del cinema e stavamo al Lido, vicino all’Hotel Excelsior. Ricordo la fila di motoscafi Riva attraccati, l’odore di nafta, il calore e i profumi e le porsche sfrecciare. A Venezia ho ambientato una scena di “Viaggio di nozze”, ma non ho mai pensato di fare un intero film qui».
Perché?
«Perché ha una scenografia che sovrasta tutto, ha una bellezza che ammutolisce tutto. E’ difficile ambientarci una commedia. Preferisco la provincia veneta. In “Non perdiamoci di vista” ci sono scene a Castelfranco Veneto e a Padova. Un giorno sono sicuro che ci girerò un film, non so cosa e dove, ma lo farò qui».
Cosa la attrae della provincia veneta?
«C’è una comicità particolare, un certo buonumore, una presa in giro un po’ cattivella, una lingua così musicale e divertente. Il Veneto è un insieme di maschere: non è un caso che qui ci sia stato Goldoni. Poi penso a Pietro Germi in “Signore e Signori”: straordinario. E veneti sono stati tra i migliori sceneggiatori di commedie italiane, Sonego, Vincenzoni, Amedei. Alla fine, nessuno meglio dei veneti ha capito così bene noi romani».

Corriere del Veneto

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