culture, società

Carnevale, questo sconosciuto

Prima sorpresa: nessuno ha dati certi o stime. Nessuno ha ancora studiato l’impatto che un evento di massa come il Carnevale ha su Venezia e sulla sua economia. Ognuno interpreta e commenta, ma il fenomeno resta un oggetto oscuro. Il barometro dell’Ava, l’associazione albergatori, è mensile e il Carnevale è quasi sempre a cavallo: nel 2013 tra gennaio e febbraio, quest’anno tra febbraio e marzo. L’Azienda di promozione turistica? Ha statistiche da gennaio a giugno: nel 2013 ha contato 4.781.590 presenze e poco più di 2 milioni e mezzo di arrivi. E la Camera di commercio? Due gli studi prodotti, ma riguardano il Redentore e la Venice marathon.
Il direttore artistico del Carnevale, Davide Rampello, si dice sicuro che «uno studio serio, fatto magari dal più prestigioso istituto di ricerche, che ne so, la Bocconi, dimostrerebbe cos’è veramente e che effetti produce». Le uniche stime riguardano il fiume umano: 80 mila il primo sabato, 130 mila la domenica, 50 mila il giovedì grasso e poi si vedrà in questi giorni.
Quanto valgono in giro d’affari? «Qualsiasi cifra sarebbe talmente azzardata che assomiglierebbe a una bugia», sorride Massimo Zanon, della Confcommercio provinciale. Che aggiunge: «L’unico dato è che senza il Carnevale la stagione sarebbe morta. E come succedeva prima di reinventarlo, la città sarebbe vuota, le attività chiuse, la gente a casa».
Pragmatici: è la parola d’ordine. Vale a dire che è un evento importante per l’economia e per la visibilità della città, dunque è meglio tenerselo stretto. Quanto sia importante in termini di volumi d’affari, non c’è uno che azzardi un valore. Nemmeno i più beneficiati dai venti giorni in maschera, ovvero bar e ristoranti. «Il nostro è un lavoro di attese: apri la serranda e aspetti che arrivino i clienti – dice un po’ sornione Ernesto Pancin, della Fipe (la Federazione dei pubblici esercizi) – L’unico elemento certo è che in questo periodo il nostro settore assume tanta gente, soprattutto giovani». Quanti? «Migliaia».
L’assessore al commercio, Carla Rey, lo riassume così: «Grandi numeri di presenze non significano sempre grandi affari». I più convinti sono gli albergatori: «Il carnevale è la festa dei pendolari, proprio come la Biennale è la festa dei pernottanti», sintetizza il direttore dell’Ava, Claudio Scarpa. In altre parole: «Ci sono picchi nei due week end e un flusso continuo: calcoliamo che nei primi due giorni sia stato occupato l’85% delle camere, ma vendute a prezzi bassi, anche del 25% in meno rispetto all’anno scorso». Complice la crisi, da alcuni anni, spiega Scarpa, «ormai si vende last minute: le persone chiamano all’ultimo momento e si cerca di piazzare le camere a prezzi ridotti».
Un profilo si può tracciare? «Il carnevale attira tanti italiani e tanti europei, la maggior parte francesi». Però, aggiunge, «non demonizziamo i giornalieri, spesso sono potenziali turisti ad alta capacità di spesa nel futuro prossimo. E’ stato così, ad esempio, con gli ungheresi». E comunque, gli fa eco l’assessore alla cultura Angela Vettese, «in quell’etichetta così disprezzata c’è un target che non pernotta a Venezia ma viene appositamente per una mostra o un concerto, con un profilo alto di visitatore».
Va giù durissima un’imprenditrice raffinata come Francesca Bortolotto Possati: «un carnevale fatto così resta una specie di calamità, qualcosa che tutti noi subiamo come un’invasione di cavallette». Perché? «Ricapitoliamo», dice: «Un’orda di gente che ogni giorno paralizza la città e la lascia in condizioni pietose, un impatto economico ridotto e un programma scadente».
La proprietaria dell’Hotel Bauer non è la sola a porsi la questione: è davvero l’unico format possibile quello proposto da Venezia Marketing Eventi prima e ora Vela SpA? Si può creare un evento di massa ma di qualità? E qui arriva la seconda sorpresa, in parte evocata già dal direttore degli albergatori: «il modello è la Biennale», ripetono in molti.
Un esempio, per Angela Vettese, è «il carnevale di Scaparro che coniugava un livello culturale altissimo e un grande pubblico». Ma non siamo così lontani, aggiunge: «Gli eventi all’Arsenale proposti questa settimana, spettacolari e raffinati, teatrali e partecipati, vanno nella giusta direzione. Si ci aggiungessimo standard enogastronomici molto curati, come succede ad esempio durante la Biennale di Lione, la città si potrebbe animare su un altro livello, mantenendo un gran pubblico».
Non si sottrae l’assessore alle polemiche di questi giorni sulla sua idea di transennare Piazza San Marco: «A me sembra una proposta molto semplice e di buon senso, limitata a qualche giorno, per proteggerne l’aspetto architettonico e per garantire la sicurezza».
Bortolotti Possati concorda. E racconta come il suo contributo per offrire eventi di qualità l’abbia dato, trasformando per due volte il Bauer in un set teatrale, sulle orme di Shining sabato scorso e stasera da Il fantasma dell’opera. «Una piccola goccia», dice. Così, per fare un altro esempio, anche la Fondazione Querini Stampalia sta sperimentando un calendario ad hoc per questi giorni, con laboratori speciali per bambini o visite guidate in maschera, «per vedere il museo con altri occhi e ascoltare magari storie sconosciute – racconta la direttrice, Marigusta Lazzari – Un modo nuovo per noi di stare dentro un grande evento e per diversificare l’offerta di iniziative».
La stessa Biennale, citata a modello, è da qualche anno impegnata con il Carnevale dei ragazzi, proponendo quest’anno la Casina dei biscotti, immaginifico viaggio-performance nelle favole, coreografato da Virgilio Sieni.
Il direttore artistico del carnevale, chiamato in causa, ha più volte ripetuto che «il Carnevale è la festa di tutti, in ogni campo, calle per calle». Ne è convinta anche Carla Rey, che tuttavia suggerisce di «coinvolgere molto di più tutti gli attori della città, a cominciare dai tanti operatori commerciali, facendoli diventare co-autori e co-produttori dell’eventone». E cita l’esempio di Art Night.
Eppure, ricorda Rampello, «tutta la città sembra coinvolta persino dal tema, la natura, come un filo rosso: dal Teatro La Fenice all’Ateneo Veneto, i musei, l’Arsenale e l’Archivio di Stato. Si fa cultura alta e popolare. Ma se la gente arriva in massa, nessuno lo può impedire: il destino di Venezia è di essere la città più bella del mondo».

Cult/VeneziePost

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