Armellini, ambasciatore di Venezia

Pochi sanno che Venezia ha un suo ambasciatore. Quasi un ministro degli esteri del Sindaco Giorgio Orsoni. Classe 1943, Antonio Armellini ha una lunga carriera alla Farnesina, con missioni in Europa e nelle ambasciate di Addis Abeba, Algeri, Baghdad, New Delhi.
Schivo, non ama rilasciare interviste. Quella con Cult è davvero un’eccezione. Parla del legame tra cooperazione culturale ed economica e di reti internazionali. E’ stato proprio Armellini uno degli artefici del progetto di Museo di arte islamica a Venezia che tanto clamore ha suscitato. Un lavorio di contatti tra ambasciate, musei e imprese.
Ci racconti di questo progetto, ambasciatore.
«L’iniziativa ha alcune ragioni di fondo: parla ad un mondo a noi molto vicino e con stretti legami economici. In Europa altre città hanno già strutture di questo tipo, pensiamo a Parigi. Noi no: all’inizio si era pensato a Roma, ma lì è tutto più complicato. Venezia può invece giocare un ruolo strategico: è da sempre la porta verso oriente ed è importante che riprenda questa sua vocazione. Infine, si tratta di un’operazione a costo zero, perché i finanziatori saranno tutti da quei Paesi».
Quali sono dunque le prossime mosse?
«A inizio marzo faremo una prima missione nei Paesi del Golfo. In una seconda andremo in Turchia e Azerbaijan. E una terza toccherà Egitto e Maghreb. Verificheremo la fattibilità finanziaria per partire col progetto in tempi rapidi».
Si dice spesso che Venezia deve scegliere progetti mirati per uscire dal turismo di massa e puntare su un’economia culturale di qualità. Il museo è uno di questi?
«Sì. Mi sembra chiaro che il futuro vincente sia diventare un grande centro di terziario avanzato in questo settore, di cui già c’è un patrimonio di capacità e professionalità, ma non sempre la piena consapevolezza. Il caso del Museo islamico è eclatante, può essere un volano per la città, tanto più che Venezia ha alcune infrastrutture uniche in Europa: qui ad esempio arrivano ben due linee aeree dal Golfo. Mi chiedo: quale flusso di imprese, operatori, persone possono produrre?».
Questo significa scommettere sulla presenza di servizi a livello internazionale?
«Se noi riuscissimo portare a Venezia la sede di un’agenzia internazionale di medie dimensioni, si produrrebbero effetti di non poco conto. Una struttura di un centinaio di funzionari, ad alto livello di rete, con le proprie famiglie: un migliaio di persone che può influire pesantemente nella domanda della città. Una sorta di reinsediamento. Qualche anno fa si fece il tentativo con l’Ufficio europeo dei brevetti, ma non è andata in porto. Resta un obiettivo su cui puntare».
Nelle sue missioni, come si percepisce la città, che negli ultimi anni si è riposizionata ad esempio nel sistema internazionale dell’arte?
«Certo, pesa sempre l’idea stereotipata del luogo romantico e da cartolina. Ma il fatto di essersi conquistata un ruolo nel contemporaneo dell’arte, ha fatto sì che sia diventata un passaggio obbligato. Qui parla il successo della Biennale, che ha coniugato l’interesse colto e l’interesse del grande pubblico».
L’altro fronte sono la Cina e l’obiettivo Expo.
«Quello è un fronte iniziato da anni. Una delle cose che ha facilitato i rapporti è il ruolo di Ca’ Foscari, dunque l’autorevolezza dell’Ateneo e la quantità di giovani sparsi tra le imprese in Cina. I rapporti sono strettissimi, ci sarà un padiglione per l’Expo Venezia e con la città di Suzhou solo l’anno scorso ci sono state una quindicina di missioni cinesi qui, dal welfare agli industriali. E sono rapporti aperti all’intero Veneto. Un capitolo che peraltro si muove con grande autonomia».
Dunque cosa significa oggi fare l’ambasciatore di Venezia nel mondo?
«Lo vivo come qualcosa di utile e di ambizioso: provare a mettere in relazione le due anime della città, la proiezione internazionale e la sua natura di città piccola. Cosmopolita e provinciale. Per questo stiamo in una rete come il C-40 che riunisce le megalopoli: noi impariamo a gestire flussi complicati di persone e gli altri ci chiedono come difendersi dalle acque alte».
Mi scusi, ma da bambino lei già sognava di fare l’ambasciatore?
«[Sorride] Non ricordo, però ho avuto una famiglia aperta al mondo: padre veneto e madre inglese, con ognuno usavo una lingua diversa e tra loro parlavano in francese per non farsi capire da me. Lui era un ufficiale, che ha attraversato tutte le guerre del ‘900 fino al comando della Resistenza a Roma. All’epoca mia madre, oltre che una gran forza, aveva uno strano accento che i tedeschi confondevano per napoletano. Suo padre era un lanciere del Bengala che non le rivolse più la parola dopo aver scelto di sposare un italiano… Una lunga storia. Alla fine dell’università mi proposero di fare il petroliere. Peccato, sarei diventato ricco».

Cult/VeneziePost

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