Dalle Dolomiti a Venezia (e viceversa)

marzo 15, 2014

Dicono abbia usato una zattera Tiziano Vecellio per recarsi dal Cadore a Venezia. Con gli stessi mezzi, ci fu un periodo che in laguna arrivavano fino a 350 mila tronchi dalle montagne, destinati a diventare le navi della Serenissima. Lungo tutto il Veneto, scorreva una filiera di segherie, operai, artisti, merci, cave e ville, nobili e zattieri.
Oggi quel flusso continua, soprattutto se si tratta d’arte. E corre in entrambe le direzioni. Anzi, la cosa che più sorprende è proprio la vitalità del versante montano. Dalle Dolomiti a Venezia (e viceversa): l’Officina delle Zattere di Venezia ne ha confezionato «un progetto espositivo in bilico tra arte contemporanea, memoria e etnografia», come spiega Marco Agostinelli, il direttore del centro d’arte di fronte all’antico Squero di San Trovaso.
Sei sale per una complicata narrazione (visitabile fino al 23 marzo), che diventa stupore di fronte a sette tele firmate da Dino Buzzati, uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900 e pittore per vocazione. Sorprese tutti nel 1958, alla Galleria dei Re Magi di Milano, quando portò Piazza del Duomo di Milano dipinto come fosse una delle sue montagne.
Il progetto espositivo, curato da Roberta Semeraro, è prismatico. Si può entrare nel mondo di scalpellini e zattieri, scoprire le opere scultoree di Augusto e Franco Murer o il marmo rosso di Franco Fiabane. Oppure si può restare sgomenti di fronte alle teche con gli oggetti riemersi dal fango mortifero del Vajont, un’installazione dove la memoria si fa arte grazie al gruppo Thema.
Scorre all’Officina delle Zattere una parte, almeno, di «una realtà museale disseminata, piccola e vivace, sorretta da tanti volontari», come ci spiega Monia Franzolin, che dirige la rete di sette strutture espositive, la Piave-Mae.
In questi luoghi le memorie spesso si intrecciano. E’ stata ad esempio una vecchia foto di primo ‘900, ritrovata per caso dopo la tragedia della diga, a convincere la comunità ad aprire un Museo in ricordo degli zattieri. Lo scatto in bianco e nero, infatti, ritraeva un gruppo di quei lavoratori infaticabili, ultime generazioni che ancora si trascinavano nelle acque bizzose dei torrenti. I menadàs trascinavano i tronchi con lunghi bastoni di betulla con due punte di ferro. Manovravano scalzi e spesso svestiti, e non erano rari gli incidenti anche mortali. Si calcola che per lungo tempo, tra Perarolo e Castellavazzo vi fossero ben tredici grandi impianti di segheria.
Nel museo degli zattieri, dunque, nella piccola Codissago, sono così custoditi i saperi e i ricordi di boscaioli, dei carradori, menadàs e segantini.
Quello che potrebbe sembrare un piccolo mondo antico è un ribollire di iniziative. «Tecnologie e nuove sensibilità offrono grandi opportunità – sottolinea Franzolin – La rete museale è una specie di presidio di un turismo dolce e culturale che è il futuro di questi luoghi». Da qui l’accordo di programma con la Regione per sfruttare le potenzialità del digitale e del web.
E infine ci sono le nuove generazioni. Molti giovani artisti hanno scelto di tornare qui. Barbara Taboni e Giacomo Roccon hanno aperto il loro atelier in mezzo al bosco di Piandelmonte. A Tambre d’Alpago ha il suo studio Isabella Bona. A Raul Barattin, invece, è stato Mario Rigoni Stern a dire che la vita è come una radice contorta e complicata che bisogna prendere per il verso giusto. Tutti e quattro sono in scena all’Officina delle Zattere.
Isolati in montagna? «No», dice Barbara Taboni, che in laguna ha frequentato l’Accademia di Belle Arti: «gli spostamenti sono veloci, ho maggiore concentrazione e ispirazione, ho un forno per le mie ceramiche». Racconta come assieme ad altri giovani ha strappato connessioni internet veloci «e così posso lavorare con artisti e curatori dall’altra parte del mondo». Le distanze? «Di recente un americano mi diceva di quanto lo soprendesse poter passare in un paio d’ore da vette mozzafiato a Punta della Dogana».
Dalle Dolomiti a Venezia, insomma, «non è più un percorso one-way, ma fatto di andate e ritorni», sottolinea Marco Agostinelli. Lo dimostra anche il successo di Dolomiti Contemporanee, che da tre anni ogni estate apre all’arte ex-fabbriche abbandonate, offre residenze ad artisti, ospita curatori ed esperti. In numeri sono 16 mostre, 200 artisti, 150 partners. E un centro permanente nell’ex-scuola elementare di Casso, che la furia del Vajont aveva spazzato via.
Un vero e proprio laboratorio che proprio la città lagunare sta osservando con molta attenzione. Forte Marghera ha sviluppato, attraverso la Regione Veneto, progetti comuni. La Fondazione Bevilacqua La Masa è un partner privilegiato. L’Officina pure. «Venezia a volte non è neppure una meta, ma una grande piattaforma da cui ripartire. E la montagna è lo scenario di incroci e nuovi arrivi», racconta Gianluca D’Incà Levis, regista della rassegna. «In realtà – dice – se tutto il percorso dalle Dolomiti a Venezia fosse riconosciuto come un unico asse culturale, sarebbe persino un’azione di marketing formidabile. Ma questa è un’altra storia, forse».

Cult/VeneziePost

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