Vince Voron, parola chiave «story»

Quando si parla con Vince Voron la parola-chiave è «story», vale a dire storia, narrazione, racconto, applicati ai brand e alle companies.
Voron, americano di San Francisco, è uno dei più importanti guru della comunicazione globale. Parliamo di alcuni colossi d’impresa: per 16 anni ha lavorato come industrial designer per la Apple. Poi capo marketing di Coca Cola. Ora è alla guida dei Dolby laboratories.
Lo incontriamo a San Giobbe, nel cortile di questo ex-macello veneziano, diventato una delle sedi dell’Università Ca’ Foscari e che in questi giorni sta ospitando il Fei, Front End of Innovation, il prestigioso meeting di imprenditori, manager ed accademici impegnanti a guardare l’orizzonte delle imprese e dei mercati.
Come lei sa, il Nordest d’Italia è uno dei luoghi dove si concentra da sempre un modello di imprese piccole e medie. Che consigli darebbe loro per navigare nel mondo globale?
«Alle aziende più piccole che stanno per entrare nel global marketplace consiglio innanzitutto di identificare al meglio i veri obiettivi, le caratteristiche del proprio prodotto o del servizio che immettono nel mercato. Consiglio di essere davvero coerenti e positive nell’immettere quel brand dentro a una storia, una storia riconosciuta e vissuta dal pubblico».
E’ la stessa strada percorsa dalle grandi companies per cui ha lavorato?
«Sì, questa è la giusta via per diventare un brand iconico. Brand iconici come Apple, Coca Cola o Dolby hanno avuto la pazienza e la tenacia di diventare sempre più precisi nel modo di comunicare la storia del proprio brand».
E quali potrebbero essere in questo caso i limiti o le difficoltà delle piccole imprese?
«Molte volte le aziende più piccole si reinventano troppo velocemente e probabilmente non hanno il tempo per essere pazienti nel costruire la storia del proprio brand cui i consumatori possano davvero affezionarsi. Sono quei consumatori che costruiscono l’amore per il brand. Ma d’altra parte questa è anche la bellezza delle aziende più piccole: per loro è più facile reinventarsi, rischiare, buttare sul mercato dei prodotti, mettere alla prova diverse abilità».
Quindi essere piccole può anche essere un grande vantaggio…
«Sì, in realtà è una grande opportunità lavorare dentro una azienda più piccola. Non solo: oggi, nella global town, la città globale, si è riversata molta attenzione sulle micro-aziende, quelle che non vogliono entrare a far parte di una corporate»
E come reagiscono le grandi?
«Sotto la spinta delle piccole, le aziende giganti sono costrette a reinventarsi, in modo da poter creare nuove culture, lavorare sulle piccole distanze e scommettere sulla sfera individuale dentro le dinamiche aziendali. Proprio come succede nelle piccole imprese. Le corporate tentano di riprodurre gli stessi meccanismi, in particolare cercando di mettere il singolo individuo nella posizione di avere un ruolo, di partecipare alle decisioni dell’impresa».

Corriere Innovazione

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