culture, società

La storia d’amore tra l’Eni e l’architettura

C’è stato un tempo in cui tra l’Eni e l’architettura si è scritta un’intensa storia d’amore che ha lasciato tracce ovunque. E alcune, tra le più importanti, sono disseminate anche in Veneto. Per avere un’idea si può andare allo Iuav di Venezia, dove in due sale dell’ex-Cotonificio si è aperta questa settimana una mostra (e si è tenuto un convegno) che ripercorre quella pagina di storia, in particolare sotto la guida straordinaria e tragica di Enrico Mattei.
EniWAY si intitola e offre fino al 3 aprile un percorso di disegni, foto e filmati d’epoca. Pensiamo alle stazioni di servizio, quelle che, primo in Europa, Mattei costruisce lungo le infastrutture autostradali «facendo entrare il paese nella modernità», come dice la coordinatrice del progetto, Fernanda De Maio.
E’ all’architetto Mario Bacciocchi che il grande manager affida nel 1952 il progetto e ne escono oggetti avveniristici con pensiline che sembrano rampe di lancio proiettate verso il futuro. Di quelle stazioni se ne costruiscono 1600 in tutto il Paese e in giro per la regione se ne incontrano ancora a Bassano, Castelfranco, Padova, Borgo Treviso.
Un altro esempio? Il grande cubo luminoso di Costantino Dardi arriva nel 1969, ma l’unico esemplare realizzato è quello di Bazzera Mestre. L’idea, uscita vincente da un concorso dell’azienda petrolifera, immagina questo cubo di 12 metri di lato che di notte dovrebbe stare acceso come segnale identificativo dell’impresa lungo la rete autostradale.
E ancora. Nel 1971 Agip e Nuovo Pignone chiedono allo stesso architetto di rinnovare tutte le stazioni uniformando i modelli esistenti. Il nuovo progetto mantiene il cubo però incastrandolo in soluzioni moderne, con tanto di area commerciale. Anche in questo caso solo uno viene davvero realizzato e sempre in Veneto, lungo l’autostrada del Brennero, stazione veronese di Alfi. Un gioiello di architettura ora in degrado.
Demolito è finito invece il Motel aVicenza, con la struttura alberghiera che svettava a fianco della stazione di servizio a forma di una Y. Portava la firma di Marco Bacigalupo e Ugo Ratti. Quello che invece a Cortina viene chiamato Hotel Dolomiti in realtà è il Motel Agip progettato dall’altro architetto culto di Mattei, Edoardo Gellner, in occasione delle Olimpiadi invernali del 1956. Nasce per ospitare gli autisti delle personalità in arrivo per il grande evento. Le macchine le mette la Fiat e la benzina l’Agip.
Ma è soprattutto a Borca di Cadore dove l’Eni lascia il segno più visionario. Un villaggio per vacanze riservato alle famiglie dei dipendenti di tutta Italia. Oggi le potremmo quasi definire eco-sostenibili le 600 villette e così il campeggio per i ragazzi più grandi, la Chiesa firmata da Carlo Scarpa e il rimboschimento di «un’area che gli stessi funzionari dell’epoca definiscono un covo di vipere, tanto è abbandonato e dissestato», spiega Vito Ciringione che cura la mostra allo Iuav assieme a Claudio Mistura: «Borca è una vera sfida, di straordinaria qualità per bellezza di segno e tipologia di intervento».
Proprio dentro la Chiesa del villaggio c’è un’altra prova del Mattei precursore curioso e determinato. Uno dei suoi collaboratori, Giuseppe Accorinti, ricorda come «Gellner e Scarpa propongono a Mattei di costruire l’altare rivolto verso i fedeli. E’ il 1956 e per sei anni ancora la Chiesa non lo avrebbe permesso. Ma è il Patriarca di Venezia e futuro Giovanni XXIII ad autorizzarlo: «a casa loro l’altare lo possono mettere come credono!». E così è lo fanno, prima di chiunque».
«Il Cadore ha rappresentato davvero una sorta di valle della modernità – racconta De Maio – iniziata con Volpi di Misurata e proseguita con l’Eni, grazie a questa lungimirante strategia tra imprese di Stato e classe imprenditoriale. Una modernità che porta in sé anche la tragedia, di cui Porto Marghera e il Vajont restano segni indelebibili».
Di sicuro Enrico Mattei continua ad essere scandaloso. E’ uomo politico a tutto tondo con una visione per il Paese e manager capace di realizzarla. Della sua relazione con la cultura e con l’architettura è rimasto un grande archivio, che solo da pochi anni è stato raccolto a Roma «ed è tutto da studiare e da scoprire», dice la responsabile Lucia Nardi, che elenca 5 km di documenti scritti, 500 mila immagini e 5 mila audiovisivi. Tra questi, anche gli spot che hanno segnato un’epoca. Indimendicabile Raffaella Carrà con Nichi Lauda. E’ il 1975. Sotto il caschetto biondo lei sussurra alla stazione di servizio: «Anch’io uso Agip Sint 2000 per la mia macchinina».

Cult/VeneziePost

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...