Jhumpa Lahiri: dall’India al melting pot

«La prima volta che sono arrivata a Roma mi sembrava di conoscerla già e non me ne volevo andare. E questa cos’altro è se non la definizione di innamoramento?». Inizia raccontando il suo legame sentimentale con l’Italia, Jhumpa Lahiri. Scrittrice raffinata, un Pulitzer nel 2000 e 5 libri, 46enne di origini anglo-indiane, molti anni vissuti a New York, un marito giornalista guatemalteco-americano-greco e due figli: alla fine Jhumpa Lahiri ha scelto vivere qui. Doveva starci il tempo di una residenza.
Ma come, qui noi pensiamo di andare via, ci lamentiamo di questo paese immobile e lei decidere di vivere qui?
«In tanti me lo chiedono, ma credo sia solo una questione di prospettiva. Capisco la sensazione che vivete, soprattutto in questo momento di crisi. Ma io lo trovo un posto giusto per me, ora. Da scrittrice mi sento più anonima. E’ un’esperienza che mi permette di essere straniera».
Questo vale anche per la lingua?
«Conoscevo l’Italia attraverso la sua lingua che studio da tanto tempo. Volevo scoprire questo paese e mi ci sono immersa. La lingua è una strada senza fine, un luogo dove non si arriva mai, un posto che non esiste. Ora dentro di me ho tre idiomi. Con l’italiano ho un rapporto sentimentale, scrivo in inglese ma è una seconda lingua e il bengalese dovrebbe essere la mia madrelingua ma la conosco poco. Alla fine cos’è l’identità se non una ricerca continua?».
Lei e la sua famiglia, d’altra parte, siete un modello di melting pot. Essere abitati da così tante culture fa vedere il mondo con altri occhi?
«Non avere radici in una “patria” può essere un vantaggio. Ma tutti noi abbiamo bisogno di appartenere a qualcosa, sennò ci sentiremmo smarriti. Io ad esempio sento di appartenere alla mia famiglia, alla mia scrivania, alla letteratura. I miei figli, invece, sentono la mancanza di New York. La loro patria è una città. Perché è così strana, cosmopolita, diversa anche dal resto degli Stati Uniti che è davvero un mondo a sé. Alla fine dipende sempre da come si guardano le cose».
Con le grandi reti familiari è lo stesso? Nel suo ultimo romanzo, La moglie (Guanda, pp.426, euro 15.30) la saga familiare dipana legami di affetti ben più estesi rispetto a quelli di sangue.
«Volevo raccontare proprio un mondo di relazioni che possono essere molto più intense di quelle di sangue. Il mio protagonista, Subhash, sceglie di crescere la nipote come figlia. Mentre scrivevo, non sapevo se lui sarebbe stato in grado di farlo. E invece mano a mano è cresciuta una persona generosa. Cosa significa la sua “paternità”? E Bela, che tipo di “figlia” si sente? La famiglia che si sceglie di costruire è sempre ricca, sorprendente, commovente».
I suoi personaggi sembrano tutti avere un’ombra che li segue, simile a una perdita irrimediabile. E’ così?
«Sì, è proprio così. Sono cresciuta fin da bambina con questa sensazione. E i miei personaggi sono immersi in quell’atmosfera. Credo abbia a che fare con i miei genitori e l’aria di lutto che li accompagnava. La verità forse sta nel fatto che loro hanno lasciato l’India non perché dovevano farlo, non per disperazione o per fame. Ma per la curiosità verso il mondo. Quando glielo chiedo a mio padre che ha 83 anni, lui non sa rispondere, non riesce a spiegarmelo. Hanno sempre guardato all’India con un senso di colpa. E sono rimasti in un punto di incertezza. Vivono una specie di peso, portano un’ombra lunga, quasi l’eco di un fallimento, che non se ne va».

Corriere del Veneto

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