Nikola Savic: «Senti il mio accento strano, guarda i miei capelli»

«Senti il mio accento strano. Guarda i miei capelli. Si vede subito che sono foresto. Ma so che qui mi vogliono bene, almeno i vicini di casa». Nikola P. Savic è nella sua casa di Oriago di Mira, Riviera del Brenta. E’ ancora un po’ frastornato dal successo a Masterpiece, il talent show prodotto da Rai e FremantleMeida, andato in onda su Rai 3 e tutto dedicato agli scrittori. Lui lo ha vinto e ora il 16 aprile esce il suo romanzo, La vita migliore, «il primo che ha avuto la chance di essere pubblicato. Ma sono un tipo che scrive molto e ho altro materiale». Edito da Bompiani sarà diffuso in 100 mila copie, in libreria e in edicola, anche sul Corriere della Sera.
Cosa ti ha convinto a partecipare al talent show?
«E’ stata la moglie dell’ex-sindaco di Mira, Luigi Solimini. Siamo amici e lei mi ha detto un giorno: «In tivù c’è un programma dedicato agli scrittori, sembra ben fatto: perché non partecipi?». L’ho fatto e mi hanno chiamato al provino. Io intano stavo spedendo il mio manoscritto a tutte le case editrici, a tappeto, via email e cartaceo. Una fatica…».
E di lavoro facevi il commerciante.
«Sì, gli ultimi due anni ho lavorato a Belgrado. Dirigevo un McDonald: con Masterpiece ho lasciato una carriera promettente da manager per dedicarmi alla scrittura. Prima ancora facevo import/export di macchine usate. Con il mio paese di origine ho sempre mantenuto legami profondi. Avevo 12 anni quando sono arrivato qui, ho studiato un anno negli Stati Uniti e una laurea a Bologna in Scienza della comunicazione. Sono un mix, ma soprattutto sono veneto».
Veneto di adozione, dunque.
«Di più. Ogni tanto mi vesto anche da antico combattente veneto di epoca pre-romana».
Cosa?
«Sì (ride) Faccio parte dell’associazione Venetia Victrix, facciamo rievocazioni storiche a Musile di Piave, Oriago e Dolo: qui per esempio nel settembre scorso abbiamo messo in scena il combattimento di Cleonimo di Sparta contro i veneti. La chiamo archeologia sperimentale. Più veneto di così».
E come hanno reagito al successo televisivo i tuoi concittadini a Oriago ?
«Credo bene! Certo si vede che sono foresto. Però mi vogliono bene, mi sostengono. Sai, i veneti non sono così calorosi. All’inizio sono un po’ diffidenti, sempre cordiali ma molto formali. Due chiacchiere al parco accompagnando il cane, la signora che ti insegna qualche trucco per il giardino…»
Provi a condividere il loro modo di fare.
«Sì, cerco soprattutto di far accettare le mie stravaganze (ride): guarda i miei capelli, senti il mio accento, mi vesto in modo pressapochista… Insomma, si vede che sono foresto. Mia moglie, invece, sembra più italiana, anche se è bulgara con accento bolognese. Dei veneti, comunque, ci sono alcune cose che mi piacciono e che stimo molto: ad esempio il senso dell’ordine, del giusto, del dovere».
Il Veneto è anche lo scenario delle tue storie?
«Sì, ne La vita migliore racconto di un ragazzino serbo che arriva qui e poi va in vacanza a Belgrado. E si scontra con tutte le differenze tra questi luoghi della sua vita: pensa al silenzio della campagna veneta e vede i caseggiati enormi in Serbia. Nel prossimo libro che sto scrivendo, il protagonista è Giacomo, studia a Venezia, ha il padre di Treviso e la madre di Mestre»
Cosa ne pensi di chi vorrebbe il Veneto indipendente? Vieni da un luogo che ha vissuto tragedie per questo.
«Sì, per me è difficile parlarne. Abbiamo vissuto così tante scottature. Sono processi storici lunghi, dolorosi, di cui parlarne in modo pacato e tutti insieme. Poi guardi Venezia e ti rendi conto di quanto sia una mescolanza di culture, di persone, di etnie. Quel mix i veneziani lo hanno portato in Europa fin dal Medioevo. Credo che di questo abbiamo ancora bisogno».

Corriere del Veneto

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