Art Prize e la carica degli artisti

aprile 12, 2014

Si può raccontare così: migliaia di iscrizioni da tutto il mondo, un’aggressiva strategia di comunicazione, una non comune azione di lobbing, una sede prestigiosa come le Nappe dell’Arsenale, decine di imprese e gallerie coinvolte e un giro d’affari così consistente che gli organizzatori preferiscono non rivelare.
Dopo 8 edizioni, il Premio Arte Laguna è diventato un po’ un fenomeno. Arrotolato il red carpet e chiusa qualche giorno fa la mostra con ben 110 opere, gli organizzatori (lo studio di comunicazione Arte Laguna e l’associazione MoCA) stanno già facendo le prime riunioni per il prossimo bando. Un successo. Eppure molti operatori del settore si chiedono: hanno senso iniziative di questo tipo? Qual è il confine tra arte e un business così evidente?
Per il curatore e ideatore del Premio, Igor Zanti, questa «è innazitutto una grande opportunità per gli artisti». Per Angela Vettese, l’assessore alla cultura della città lagunare, invece, non è che «una fabbrica di illusioni, una lotteria per artisti e un gioco piuttosto spregiudicato». «Uno strumento obsoleto, autocelebrativo, senza senso», taglia corto un artista raffinato come Stefano Arienti.
Il meccanismo è semplice: gli organizzatori dicono che ogni anno si iscrivono quasi 6 mila artisti, per più di metà stranieri. Potendo presentare anche più di una proposta, se ne contano tra le 7 e le 8 mila, tutte con ricevuta di iscrizione da 45 euro l’una. In palio per 5 di loro c’è un bottino di 7 mila euro ciascuno, ma tra premi collaterali, speciali e residenze, il Laguna Art Prize muove una dotazione di 180 mila euro. In questo modo si è fatto conoscere anche come una macchina commerciale non indifferente.
«Certo, c’è ancora molta diffidenza», ammette Zanti. Ma non rischia di essere solo show-biz? «Proviamo a vederlo da un altro punto di vista – dice – Per il momento la maggior parte degli introiti sono le sole quote. E’ l’unico modo per mantenere il premio davvero indipendente. E comunque: davvero arte e business sono incompatibili?».
Per avere un’idea delle relazioni attivate dall’Art Prize, basta dare un’occhiata non solo al nugolo di sponsor tecnici e di partner, ma anche al ventaglio di offerte e opportunità dal mondo delle imprese. Il Telecom Future Centre ad esempio premia con 5 mila euro la miglior proposta per un utilizzo creativo e tech dei suoi spazi. La ditta Riva 1920 realizzerà un’opera per il Salone del Mobile. Sei gallerie tra Russia, Francia, Portogallo e India offrono ognuna una personale tutta pagata e altrettante imprese ed enti offrono residenze d’arte.
Cosa rende attraente un’operazione simile? «La reputazione che si è costruita, una convincente comunicazione e l’autorevolezza della giuria», spiega Zanti. Vale a dire: «rispettiamo le promesse scritte nel bando, abbiamo una rete di agenti e comunicatori in giro per il mondo, i giurati sono quasi sempre direttori di musei ed istituzioni culturali».
«Ma anche una giuria di tutto rispetto, come può valutare migliaia di progetti? Come fanno ad entrare nel curriculum di questi artisti? – si chiede Angela Vettese, che ha negato il patrocinio, concesso poi direttamente dal sindaco – Non è possibile. E trovo anche orribile il fatto di illudere così tante persone. Quel premio può diventare una risorsa solo cambiando radicalmente pelle, puntando sulla produzione e su progetti legati alla città».
Ne è convinto anche Stefano Arienti: «Non è questione di limite tra arte e business – dice – Anzi, sempre più imprese sono nuovi committenti. Ma qual è la figura che fa da facilitatore con l’artista? Nel rapporto con le imprese committenti ci sarebbe bisogno di una “terza professione”, che conosca le dinamiche di tutti i soggetti in campo e ti guidi. Una figura che in Italia è ancora rara».
Massimo De Luca, che proprio sull’emersione di nuovi talenti ha avviato un’impresa-galleria a Mestre, provando a scommettere su un mercato tutto per loro, prova ad allargare la questione: «L’arte sul mercato ci sta su diversi livelli e su più direzioni. C’è chi lo fa per vocazione, altri strizzano gli artisti finché sono di moda, altri puntano solo sui soldi. Io invece voglio sempre seguire un principio di responsabilità, verso gli artisti e verso il mio lavoro. Non voglio dare giudizi, l’importante però è che tutto sia dichiarato, esplicitato. Sennò diventa una trappola».
Di responsabilità parla anche un artista-accademico come Alberto Garutti, che insegna allo Iuav. Quel termine che ripete più volte rivela tutto il suo scetticismo: «Il mercato ha gli stessi meccanismi sani e malati che affrontiamo nella vita. Ma l’arte non è una lotteria: è lentezza, profondità, complessità, responsabilità».

Cult/VeneziePost

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: