La vita migliore

aprile 12, 2014

«La verità è che io, da quando sono andato a vivere a Mira, non ho più dormito come si deve». Cosa succede di qua dell’Adriatico a Deki, ragazzo serbo che si è trasferito nel cuore della campagna veneta con l’Ingegnere il padre e Sve la madre? Lui lo racconta così: «I miei bellissimi capelli sono sempre pieni di forfora, mio padre dice che è per l’acqua che è più dolce e che non me li sciacquo abbastanza dopo lo sciampo. Io sospetto che sia per il clima e per lo stress e per il cuscino che è scomodo e per tutte le altre cose che uno non si dice e non vuole neanche pensare».
Vite di migranti. E Deki lo è. E’ lui il personaggio del romanzo di Nikola P.Savic, lo scrittore che ha strappato l’entusiasmo di giurati e pubblico a Masterpiece. In palio, per il vincitore del talent televisivo, c’era la pubblicazione del libro da parte dell’editore Bompiani. Promessa mantenuta: Vita migliore è in libreria e anche in edicola fino al 16 maggio, acquistabile assieme al Corriere della sera a 12,90 euro (più il prezzo del quotidiano).
Come Deki, anche Nikola P.Savic è di origine serba. Ha 36 anni e da quando ne ha 12 vive in Italia proprio a Mira, provincia di Venezia. La sua vita è un concentrato di quello che potrebbe essere il nostro immaginario sui Balcani: commerciante nell’import-export di auto usate, una laurea in Scienza della comunicazione, una moglie bulgara, campione di thai boxe, già direttore di un McDonald a Belgrado. E ora star televisiva, oltre che scrittore. Finalmente.
Nel suo romanzo, incontriamo Deki a Belgrado, vive nel quartiere 62° Nord, i palazzoni grigi, il rumore dell’ascensore del condominio, i ragazzi terribili e dolcissimi, la gang di quartiere, il cemento che annega la vista. Ci ritorna tre anni dopo essere andato in Italia, dopo che la guerra ha spazzato via l’innocenza e si è portata via anche molti di quei compagni di banco e di quartiere. A Mira, invece, vive in mezzo alla campagna, là dove i rumori sono attutiti, circondato da giardini e da alberi che si muovono al vento e dove i vicini ti salutano e sorridono. «Allora tu gli rispondi, ma è solo per riconoscerli come tuoi vicini, non è che li vuoi conoscere per davvero, e soprattutto loro non vogliono conoscere te, per davvero».
Il paradosso è che Mira può essere più anonima di Belgrado, «perché in un concentrato di condomini tu sai tutto quello che fanno i tuoi vicini in qualsiasi momento – dice Nikola P.Savic – ma là in mezzo alla campagna e da straniero, cosa sai degli altri?».
Lui ci confeziona una storia pulita e ricca di pieghe sottili, come la sua scrittura. Lineare, asciutta, tutt’altro che asettica, ma cosparsa di vita, di screziature, che arriva dall’urgenza di raccontare, di non poter più trattenere la voce.
La voce di Deki corre sui suoi 12 anni quando la maestra cerca di spiegare in classe, senza riuscirci, a distinguere serbi, croati, musulmani, montenegrini, ebrei e bosniaci. La voce di Savic si infila in pagine di leggera ironia quando ci presenta il maresciallo Tito che prepara la battuta di caccia per l’odiato Ceausescu in visita ufficiale. Apre allo struggimento del nonno montenegrino di Uros il piccolo, col fez rosso in testa e i baffi lunghi fino al petto: è un uomo altissimo perché aveva bevuto l’acqua della fonte Rabbia, «sotto il segno di San Giorgio che uccide il drago da laggiù in primavera. Quello vero che festeggiano persino gli zingari». Sono le radici che corrono sotto la pelle, asfaltate dalla modernità e dal cemento grigio, «ma sono quelle storie e quelle biografie che ci dovrebbero dare identità, non i passaporti – sottolinea lo scrittore – le divisioni nazionali e tutto l’odio che ne esce».
La storia di Deki è quella della sua infanzia che corre tra le braccia dell’adolescenza e del calore del corpo di Ivana, delle botte tra gang e dell’apocalisse di senso prodotta proprio dalla guerra. La nostalgia punge, perchè in realtà «è quella di tutti i migranti – dice Savic – Deki torna in una Belgrado irriconoscibile. La sua Belgrado non c’è più».
Quella di Deki è allora una storia di migrazioni che fanno rinascere, ma lasciano scie di amaro e di smarrimento. Capita anche a Sve, la madre, una dentista che a Belgrado apriva tutte le porte, «quelle degli ospedali di giorno e quelle dei teatri la sera», ma che in Italia si ritrova una laurea senza valore e così «a Mira – provincia di Venezia – non ci sono porte da aprire».

Corriere del Veneto

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