Le illusioni della luce

aprile 12, 2014

Si può entrare dentro una materia invisibile e accecante, sentire la realtà espandersi, provare una vertigine che frastorna e ammutolisce, fino a toccare quella che sembra una parete ricurva. E’ il benvenuto di Doug Wheeler a Palazzo Grassi a Venezia. L’artista californiano si prende l’intero atrio dell’edificio di Monsieur Pinault, per accoglierci ne L’illusione della luce, coreografia di venti artisti visivi guidati da Caroline Bourgeois.
Tutte opere uscite sempre dalla collezione del magnate francese: da oggi (fino al 31 dicembre) la curatrice ci invita a scandagliare le ambiguità, le trappole visive, le sfumature sensoriali che la luce propaga nel nostro sistema biologico e irradia nel nostro immaginario.
Non importa che siano i neon minimalisti, pragmatici e seriali di Robert Irwin o Dan Flavin. Che sia la protesi scultorea di Philippe Parreno, cui fa da contraltare la dolcezza dell’installazione rainbow di Vidya Gastaldon. O che sia il lampo spaventoso della bomba H su Bikini di Bruce Conner o lo scarto tra la lampadina elettrica e la fiamma della candela di Antoni Muntadas. L’importante è lasciarsi interrogare da quell’accensione o dal suo spegnimento, l’invasività ottica e lo spaesamento delle ombre.
Magistrale in questo senso è l’enorme specchio attraversato da piccoli fasci di luce rotanti concepito da Julio De Parc. Classe 1928, protagonista dell’arte ottica e cinetica, utilizza dispositivi semplici, non ama l’high tech. E scommette sulla possibilità di coinvolgere il corpo, il sussulto della retina, il battito del cuore, le tracce inconsce, per trascinarci dentro il suo mondo.
Allo stesso modo ci chiedono attraversamenti fisici le opere-installazioni di artisti come il vietnamita Danh Vo e la marocchina Latifa Echakhch. Il primo ha scarnificato le pareti di una stanza, ricoprendole di tendaggi bianchi, da spostare leggermente per scoprire piccole foto in bianco e nero. La seconda ha riempito di blu una camera, il blu che cola da tanti fogli di carta carbone spruzzati d’alcol, come solo può sgorgare da qualche luogo di libertà.
Operazione raffinata, allestimento impeccabile, L’illusione della luce è un altro dei viaggi dentro la Collezione Pinault, che lavora simultaneamente su una collettiva a tema, il focus su un artista affermato, il progetto con un emergente.
Per questo all’ultimo piano di Palazzo Grassi, in tensione sul filo rosso della luce, Pierre Apraxine e Matthieu Humery hanno raccolto 130 scatti del fotografo americano Irving Penn. La più grande retrospettiva in Italia di un creativo che ha attraversato il secolo XX (1917-2009) con le sue macchine fotografiche, i suoi esperimenti e le sue messinscene. Firma della rivista Vogue, piegava in pose studiatissime le persone da ritrarre, che fossero nel suo studio di New York o in uno sperduto villaggio del Camerun. Corpi di divi (da Marlene Dietrich a Truman Capote, Colette e Duchamp) o di lavoratori sconosciuti, dai panettieri al pompiere, il macellaio e lo straccivendolo.
Un passato che svela una folgorante modernità. E che ritorna nei 15 tavoli-teca a Punta della Dogana, dove Wade Guyton, americano del 1972, srotola orizzontale su tappeti di fogli rossi. Qui posa pagine strappate da vecchi libri e riviste. Le ha ripassate in una stampante, che vi ha lasciato macchie e campiture di colore, righe e disegni irregolari. Il suo passato non è che rivisitato da una macchina e dai suoi errori di stampa. Come una metafora delle nostre storie, che quasi sempre hanno a che fare con le illusioni e con la luce.

Corriere del Veneto

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