culture, società

La grande guerra, «a wonderful spectacle»

«A wonderful spectacle»: la definisce così l’Italia in guerra nel novembre 1916 il corrispondente del New York Times, Whitney Warren. La sua cronaca sembra un reportage di viaggio, tra paesaggi mozzafiato e affreschi di uomini che non appaiono minimamente lambiti dalla macelleria in corso. Come se non ci fosse molta differenza tra le corrispondenze dei reporter di guerra dalle montagne nordestine e le guide di viaggio stampate al tempo.
Se le pagine di quegli eventi si leggessero in termini di economia del turismo, si potrebbe rimanere sorpresi di fronte a un discorso che nemmeno la guerra ha interrotto, caso mai modificato.
Si può venire a sapere ad esempio come ci fosse un turismo in embrione ben prima del conflitto bellico. Oppure si può scoprire come gli eventi militari abbiano addirittura inventato dei luoghi che sarebbero poi diventati dei must vacanzieri, come Asiago.
E’ questa una delle linee di ricerca che lo Iuav di Venezia sta portando avanti. Lo documenta il recente volume Strategie della memoria. Architetture e memorie di guerra, curato da Maria Bergamo e Andrea Iorio per l’editrice Aracne. Questi ricercatori tentano di tracciare le connessioni tra grammatica del turismo e coreografia della grande guerra: un modo inedito per osservare il territorio e gli avvenimenti di cui si celebrerà il centenario.
Mauro Marzo si occupa proprio di questo. «A Merano, prima della guerra, si contano 40 mila visitatori – racconta il ricercatore – Da metà ‘800, infatti, soprattutto nelle Alpi svizzere e austriache, si comincia a guardare alla montagna non come qualcosa di isolato o di cui aver paura, ma di salutare e di bello».
Si diffondono alberghi, strade, guide e mappe. Durante la guerra i primi si trasformano spesso in alloggiamenti per truppe, «scopriamo che alcuni diventano strutture dove rinchiudere gli ufficiali russi fatti prigionieri». Le guide, invece, sono così precise o descrivono posti così sconosciuti che vengono usate per capire dove sta nascosto il nemico.
Si conta persino un flusso turistico tra un’offensiva e l’altra, rivolto a reporter nazionali ed esteri, che descrivono – come Whiteny Warren – panorami sublimi conditi con gesta eroiche, atmosfere patriottiche e strappalacrime. `«Un armamentario di propaganda che serve a convincere popolazioni lontane come gli americani che non stanno gettando invano risorse e uomini», racconta Marzo.
Ma nel frattempo l’intero paesaggio alpino, dal Trentino al Veneto al Friuli sta cambiando. Si costruisce una quantità impressionante di infrastrutture, ferrovie, funivie, strade, acquedotti, in quel fazzoletto di terra dove si consuma l’inferno e dove sono ammassati fino a 300 mila persone.
La guerra ridisegna tutto. Bombardamenti e mine sventrano le montagne. L’Ortigara si abbassa di 9 metri da tante bombe. «La geografia nasce dal mito delle imprese di guerra – spiega Alberto Ferlenga, docente allo Iuav – Si inventano luoghi prima sconosciuti: pensiamo ad Asiago e a cosa è diventato successivamente per l’immaginario collettivo e vacanziero». Il Monte Cengio è un altro esempio con la sua vista strepitosa, ma anonimo fino al sacrificio dei granatieri.
A guerra conclusa inizia un altro turismo. Quello dei pellegrinaggi nei campi di battaglia e negli ossari, dove si celebrano vittorie e morti. Il fascismo «trasforma pezzi di paesaggio in aree sacre – continua Ferlenga – Così, una guerra vissuta nei cunicoli, nelle trincee, tra le rocce e le cime, da un esercito di contadini e minatori, si fa monumentale e urbano, fatto di archi trionfali, colonne, cippi». Il Touring Club stampa 16 guide del paesaggio bellico, tra retorica e informazione turistica.
«Eppure tutte le infrastrutture lasciate dalla guerra saranno anche il salto nella modernità per l’intera regione e garanzia del suo successivo boom economico», spiega Marzo. Così i fili della storia si intrecciano tutti, tra cesure e sussulti.
E oggi, quale può essere la nuova frontiera di un turismo della geografia bellica? I progetti sfornati dal gruppo di ricerca dello Iuav dimostrano che è possibile mettere a valore tutto quel paesaggio, «scoprire un turismo dolce, lento, ecologico e tecnologico, i cui le feritoie diventano belvedere», come dice Mauro Marzo. «Capace di cucire tutti i pezzi e i resti di quella guerra con piccoli interventi e una miriade di servizi, grazie ad un’architettura non impattiva», secondo Ferlenga. E il territorio è pronto ad accoglierla? «Dovremmo essere noi, istituzioni e comunità montane, dei soggetti attivi– riflette Vittorio Corà, tra i progettisti dell’EcoMuseo dell’altipiano di Asiago – Le celebrazioni sono un’occasione da non perdere. Proviamoci: scegliamo alcuni obiettivi realizzabili, utilizziamo le risorse disponibili e lavoriamo con studenti e docenti dello Iuav».

Cult/VeneziePost

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