Serenissimi alieni

Gli indipendentisti? «Quanto meno non sanno la Storia». Agiscono in nome della Serenissima? «Strano, visto che vengono quasi tutti dalla campagna». Il Veneto è una lingua? «Almeno cento, una per campanile». Il vessillo di San Marco è così sacro? «Quale? Mai la Serenissima ne ha definito uno. L’unico ufficiale è del 1996».
Franco Filippi è perentorio. Ma dopo ogni risposta caustica, torna a rifletterci su. Libraio di terza generazione, colto e appassionato storico di Venezia, conosciuto da tutti in città, ieri era a San Marco, seduto a regalare un gadget stampato da lui sulla Serenissima. Quest’anno donava un manifesto con la successioni di Dogi, file di stemmi e un testo storico. Ama così tanto questa città, che «mi trovano in giro di notte ad abbracciare i muri e se qualcuno mi chiede perché è semplice: di giorno lavoro».
«Vengo da una famiglia di veneziani che nel 1368 compare iscritta all’albo dei cittadini originari. Che non significa nati qui, chissà forse venivano dalla Spagna in fuga dalla furia vendicativa cattolica. Significa che qualcuno dei Filippi aveva al tempo un qualche incarico pubblico».
Un titolo quello di “cittadini originari” che si conseguiva con una specie di concorso pubblico. «La cosa strana è che a parità di titoli tra un veneziano e un turco, avrebbero preferito il turco. Si chiama tràfego, commercio, pragmatismo. Venezia era una repubblica aperta, curiosa, spregiudicata che prendeva e usava ciò che riteneva più utile».
La libreria Filippi la apre Giovanni. Figlio di un gondolier de casada, ovvero del factotum di un aristocratico, va in seminario ma non si fa prete anche se esce laureato. Sono gli anni ’10, un secolo fa. Libraio, stampatore, correttore di bozze per il Gazzettino, «e soprattutto pazzo e testardo some sono io, dice il nipote», muovendo la folta barba bianca.
Giovanni si fa entrambe le guerre. La prima in trincea e la seconda tra Grecia e Africa. Sopravvive a tutto. E mentre si trova al fronte, è il figlio che a 15 anni tiene aperto il negozio laboratorio. «Restaura soprattutto, un dizionario durava tre generazioni. E comunque la gente durante la guerra legge tantissimo». E infine Franco, classe 1949, irrequieto e inclassificabile, che da sempre studia la storia veneziana «come un bambino, rispondendo con un perché ad ogni perché».
Innamorato dei rivoltosi. E nemico dei cliché. Come quello che vuole il veneto una lingua: «Sono cento lingue, ogni campanile una diversa. Solo in città sento almeno almeno tre varianti, tra chi vive vicino o lontano dalla stazione. Il veneziano è poi impastato con influssi greci e turchi. Chi parla di lingua non sa che persino il Dizionario Boerio – ne mostra una copia, seconda edizione del 1856 – si chiamava “del dialetto veneto”. La verità è che una lingua non è purezza, ma anomalie, fatica, cambiamento continuo».
E allo stesso modo non parlate a Franco Filippi del vessillo di San Marco. Che non ne è mai esistito uno, ufficialmente, fino al 1996, quello codificato con Decreto del Presidente della Repubblica. «Ognuno si faceva il suo. E quello con la spada, che tanti dicono fosse usato dalla Serenissima in guerra, in realtà veniva issato dalle compagnie di ventura e dalle truppe asservite».
Franco Filippi scoppia in una gran risata. «Tutti rivendicano Venezia, tutti sono pronti a fare non si sa che in nome del suo passato, magari senza nemmeno avere un qualche legame con la città, come questi che arrivano dalle campagne venete. Ma non è patetico?».

Corriere del Veneto

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