Don Sergio, il cancelliere del santo

Per la Chiesa sarà ufficialmente santo da domani. Ma fin da vivo e in questi 51 anni di scomparsa, un senso di santità accompagna da sempre Giovanni XXIII. E’ una profonda devozione popolare «dovuta alla sua bontà e alla sua umiltà, che lo fanno amare fin da subito. Potremmo dire che si sia comportato sempre, in qualunque circostanza, da Papa».
A raccontarlo è uno dei più stretti collaboratori in laguna di Angelo Giuseppe Roncalli. E’ il 1953 quando il Papa santo si insedia a San Marco. Da allora e per cinque anni don Sergio Sambin gli sarà a fianco. Veneziano, classe 1920, è subito nominato Pro-Cancelliere.
Don Sergio resta subito colpito. Lui, pretino alla fine dei suoi studi a Roma, si sente «onorato, sorpreso e intimorito», dice muovendo i suoi occhi neri e vivaci. «Ero una sorta di segretario generale della diocesi – spiega – Parliamo di quasi 500 mila fedeli, 250 prelati e un centinaio di parrocchie con cui dovevo tenere i contatti e curare le relazioni con Roma». Roncalli lo rassicura, «ma un po’ di spavento mi prende quando il primo giorno mi consegnano una pila di documenti alta così».
A ricostruire il rapporto tra don Sergio Sambin e Roncalli il Patriarca è un libro scritto per la Marcianum Press da Sandro G.Franchini, Roncalli, padre e pastore, ora disponibilile in una seconda edizione arricchita da documenti inediti usciti dall’archivio personale del prelato. Una relazione intensa, dentro la cerchia più vicina al Patriarca. «Al suo arrivo il clima cambia subito. Tanto prima era autoritario e secco, tanto Roncalli impone un lavoro collegiale, gira le parrocchie ascoltando e incoraggiando, senza dare ordini. Ogni visita è una festa».
E nella Curia veneziana? «A noi raccomanda rispetto del protocollo e garbo. E’ preciso, metodico, solenne e affettuoso, determinato e modesto allo stesso tempo». Roncalli ha anche un suo modo di sbottare, di esprimere stupore di fronte a richieste inverosimili o atteggiamenti che ritiene eccessivi. «Ricordo un parroco stanco di stare isolato in qualche parrocchia vicino a Eraclea, allora chiede al Patriarca di nominarlo Canonico di San Marco. Roncalli alza gli occhi al cielo: “non funziona così!”».
Dalle parole di don Sergio esce un Roncalli complesso, oltre e fuori il cliché di uomo «bonaccione e sempliciotto: tutt’altro. Sempre guidato da una fede profonda, si ritira riservato nella sua intimità, nel suo rapporto con Dio». Lo stesso che di giorno propugna una preghiera umile e popolare come il rosario, di notte si alza a leggere qualche pagina raffinata di S.Lorenzo Giustiniani, studioso quattrocentesco «che invano Roncalli tenta di far diventare Dottore della Chiesa: poi dicono che i Papi possono tutto», scuote la testa don Sergio.
Roncalli è anche il Patriarca del messaggio di saluto al congresso nazionale del Partito socialista, cosa che suscita un certo scandalo, «ma per lui è solo un grande evento popolare della città».
Nel 1958 Roncalli lascia Venezia. Diventa Giovanni XXIII. E’ anche l’addio al suo Cancelliere. «In quel momento c’è chi pensa sia un Papa transitorio, già anziano, una guida cauta: si deve ricredere subito. Lo vediamo all’opera, fino a cambiare la storia della Chiesa. Ci sono voluti cinquant’anni: ora è Francesco che sembra aver preso in mano la sua eredità».
E’ tutto qui, sembra, il cosiddetto “mistero Roncalli”, secondo don Sergio Sambin: «In lui c’è il senso di regnare nella Chiesa, non di governarla. Qualunque cosa faccia, qualsiasi incarico riceva, Roncalli sembra sempre muoversi come fosse Papa da sempre».

Corriere del Veneto

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