Uno Swarovski in cima a San Giorgio

Dall’alto una leggera vertigine accompagna lo sguardo su Venezia. San Giorgio osserva un panorama di isole, edifici e chiese che non ha paragoni. Da sopra la cupola dell’Abbazia che gli dà il nome, di fronte a San Marco e di fianco alla Giudecca, c’è qualcosa che fa ammutolire.
Lassù hanno lavorato inerpicati negli ultimi quattro mesi gli operai e gli artigiani che hanno restaurato la statua del santo. Non si sa di preciso a quando risalga, non c’è documentazione sufficiente. Ma si sa che di anni ne ha cinquecento, più o meno. E che a Venezia è stata la prima Chiesa a erigere una statua affinché svettasse sopra la cupola.
Il lavoro è stato possibile grazie alla Fondazione Swarovski, che con l’Abbazia ha familiarità da quando l’anno scorso ci è entrata per la Biennale d’arte con la più grande lente mai costruita dalla maison di cristalli, opera di John Pawson. I monaci a quel punto hanno sottoposto agli Swarovski la questione della statua sopra le loro teste, ridotta ormai in cattive condizioni.
Da qui il lavoro di restauro. San Giorgio ora appare in tutto il suo splendore. Alto quasi tre metri, ha una struttura lignea ricoperta di strati di rame a fasce, fissati da centinaia di chiodi speciali, ognuno con una sua etichetta e in mano stringe una lancia nuova di zecca, modello torneo. Vista così da vicino, arrampicati lassù sui ponteggi, la statua sembra quasi un’opera d’arte contemporanea.
I lavori sono iniziati a gennaio di quest’anno. Una prima fase di analisi ha permesso di verificare le condizioni dell’oggetto: «Erano in buono stato – spiega Massimo Rigo, che ha progettato l’intervento e diretto il cantiere – Era davvero il momento migliore per intervenire». E lo ha fatto, riunendo un équipe di specialisti e di artigiani, nel tentativo di restare sul solco delle soluzioni sperimentali e creative di Andrea Palladio, che firma l’intero edificio nella seconda metà del 1500.
Da qui, per esempio, la scelta di utilizzare il basalto, «un materiale ancora sperimentale in questi lavori, visto che di solito si usa per tetti e solai – continua l’architetto – Ma abbiamo pensato di ricoprire la struttura con una maglia di basalto perché è un collante con molti pregi: è resistente, leggero, reversibile, inorganico. Riesce a saldare i singoli pezzi dell’armatura lignea permettendogli allo stesso tempo di respirare».
Il tutto è stato poi rifoderato con le originarie fasce a strati di rame e i tantissimi chiodi numerati. Sostituita, invece, la vecchia lancia del santo: l’altra ormai era troppo usurata, oltre che spezzata. Per l’occasione ne ha creata una nuova e di forma identica Alessandro Ervas, «un fabbrio artigiano che conosce a perfezione le tecniche antiche» e che è riuscito a convincere anche la Sovrintendenza.
Innovativi sono gli stessi ponteggi che invadono il cuore dell’Abbazia e che verranno tolti fra un paio di settimane al massimo. Sono infatti studiati appositamente per essere autoportanti, senza appoggiare sulla cupola o su alcun muro. Un intervento delicato, dunque, che la Fondazione Swarovski considera un fiore all’occhiello: «è stato un onore per noi lavorare in collaborazione con i monaci benedettini che custodiscono la Basilica – commenta la presidente Nadja Swarovski – col fine ultimo di preservare un gioiello di architettura palladiana».

Corriere del Veneto

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